«MASTERMIND - Monster Magnet» la recensione di Rockol

Monster Magnet - MASTERMIND - la recensione

Recensione del 01 nov 2010 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Lo dico subito, alla faccia del crescendo e della costruzione graduale del discorso: è una goduria farsi prendere a mazzate sulla nuca da Dave Wyndorf e trucidi compari. Lo è ancora di più, oggi, per due motivi almeno: il primo è che gli exploit del buon Wyndorf verso la metà del decennio (l'overdose del febbraio 2006 fu il climax) non lasciavano sperare in un futuro radioso; il secondo è che dopo l'atipico, ma ottimo, "4-way diablo" del 2007 ci si era quasi rassegnati a una possibile consunzione e scioglimento della band.
Invece è nuovamente ora di scegliere da che parte stare: con quelli inguainati nei jeans sporchi, coi giubbotti di pelle e gli amplificatori con le valvole ronzanti, oppure insieme a quelli che al passaggio della tribù del rock abbassano le tapparelle, nascondono l'argenteria e pregano che le loro figlie non gli portino mai a casa uno così. Insomma, per citare obliquamente il famoso intro di "Kick out the jams", con questo disco ci si ritrova a decidere se si vuole essere parte del problema o parte della soluzione. E se tutto va per il verso giusto, si comprende che essere parte del problema è l'unica via percorribile.
I Monster Magnet versione anno Domini 2010 sono ruvidi, duri, sporchi e drogati proprio come li vuole chi li ha amati fin dagli esordi. E i 12 brani di "Mastermind" non sono cosa per signorine o per orecchie sprovvedute: è materiale incandescente, fatto di riff sabbathiani, space rock asfissiante alla Hawkwind dei primi anni Settanta, sciabolate in puro stile Stooges, vampate desertiche di stoner e una bella siringata di puro hard rock da arena.
Il singolo "Gods and punks" - a dispetto della linea melodica un po' ruffiana e del piglio da inno tossico - non rende giustizia al 100% a questo lavoro, nel complesso molto più minaccioso e mortifero... meglio, quindi, tuffarsi di testa nel tritacarne oppiaceo di "Hallucination bomb", sarabanda che evoca i Motorhead in vena di sperimentare con dosi da cavallo di Xanax e miasmi proto-doom. Per non parlare del drug rock di "Dig that hole" (5':30'' di panico infantile rievocato sonicamente), pezzaccio in odor di Flipper e Saint Vitus.
Ad accentuare l'aura mortifera di "Mastermind", poi, c'è un'alternanza spiazzante di episodi furiosi e altri letargici e ovattati; la sensazione è quella di essere nelle grinfie di un dottore deragliato che si diverte a somministrarci eccitanti e sedativi in sequenza, con un pericoloso effetto otto volante neuronale. E al termine della dodicesima e ultima traccia - un hard rock psichedelico che ha il gusto agrodolce del lato criminale della Summer of love - si resta con il desiderio di avere ancora un po' di questo sballo...
Insomma, è vero che sono trascorsi vent'anni abbondanti dalla nascita del gruppo, e si sente che la rabbia di quei tempi è andata leggermente smussandosi. Però è altrettanto vero che nel 2010 i Monster Magnet dimostrano di essere ancora una certezza, anche per i fan più intransigenti che avevano scelto di mollarli. Bentornato dottor Wyndorf.

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