«L'AMORE NON E' BELLO - Dente» la recensione di Rockol

Dente - L'AMORE NON E' BELLO - la recensione

Recensione del 01 ott 2009 a cura di Renzo Stefanel

La recensione

Un lavoro pop, non banale ma non avanguardista, pieno di citazioni di grandi artisti, ma nel contempo in grado di consolidare un percorso artistico personale, con tante belle canzoni, testi facili ma intelligenti, che parlano d’amore con tanta ironia, almeno cinque singoloni di quelli che si finiscono a cantare sotto la doccia o vicino ai falò estivi sulla spiaggia, due bei video. È “L’amore non è bello” di Dente e difficilmente l’avete sentito sui grandi network, né l’avete visto far capolino nella classifiche, che certificheranno anche il nulla di vendite, ma se uno con un disco così non entra neppure in questo nulla, finisce per essere suo malgrado una prova vivente di come in Italia le cose vadano davvero alla rovescia. Eppure Dente, che forse qualcuno di voi ha intercettato al concertone del Primo Maggio 2009, nel circuito indipendente è un vero fenomeno, seguitissimo, con gente che si fa anche duecento chilometri per vederlo: tuttavia non riesce a toccare i grandi numeri, visto l’impenetrabilità delle playlist radiofonica da parte di un’etichetta indipendente come la Ghost Records.
E dire che questa sua quinta prova, dopo due album (“Anice in bocca”, 2006; “Non c’è due senza te”, 2007) e due EP (“La cena di addio” e “Le cose che contano”, entrambi 2008), sarebbe il classico album della maturità, quello in cui le belle promesse del passato trovano forma artistica compiuta, superando debolezze e ingenuità, passando dal “vorrei fare ed essere” al “faccio e sono”. Come ogni musicista che si rispetti, Dente è un architetto che pesca mattoncini musicali dal passato (il Battisti di “Abbracciala abbracciali abbracciati” e il Neil Young di “Out on the Weekend” si fondono in “La presunta santità di Irene”; “Buon appetito” è per atmosfera “Il mio canto libero” di Dente, con tanto di coro anthemico; “Sole” è costruita sul ritmo di “Ancora tu”; “Parlando di lei a te” omaggia nel ponte il De Gregori di “Pablo”; in tutto il disco risuonano i fiati r’n’b del Battisti del 1969 e i suoni di synth di “Io tu noi tutti”, nonché l’impronta vocale del Lucio nazionale; “Incubo” omaggia la bossanova italiana dei bei tempi che furono; “Finalmente” parafrasa nel finale il Mogol di “Macchina del tempo”: “Ho capito finalmente / che ogni scelta è una rinuncia / e io non voglio scegliere mai più”), riassemblandoli, giocandoci, aggiungendoci del suo e costruendoci un edificio nuovo. I testi, come detto, raccontano storie d’amore, felici o infelici, in maniera lieve e ironica, giocando sulle sorprese e sui fuochi dei giochi di parole e della battuta imprevista (“Vieni a vivere come me / com’è che non ti muovi / com’è possibile?”), sui chiasmi (“A me piace lei / e lei piace a me”, evidenziando che la lei in questione è solo un’immagine nel cuore di lui, la cui solitudine è sottolineata dalla posizione dell’“a me” a inizio e fine verso), sulle antitesi che ribaltano i luoghi comuni della canzone d’amore (“Sapessi che felicità mi dà / l’idea di non vederti più”).
Potrebbe sembrare un emulo di Rino Gaetano, ma non è così: il modo con cui racconta le sue storie d’amore fa di Dente un magico folletto, un principe incantato del mondo dietro allo specchio, un Jacques Tati metropolitano, un odierno innamoratino di Peynet disincantato e disilluso ma sempre capace di innamorarsi, estraendo dal suo cappello magico mille piccoli miracoli incantati. E che sia questo il personaggio che ha costruito sapientemente intorno a sé lo si capisce anche dai video e da come il Nostro vi agisce: costruisce case di cartone fatate, si muove per Venezie dell’anima, scrive canzoni per l’Amelie di turno, suona pianoforti di cioccolata, trasforma banali giri di Re in cantilene di un carillon da favola di Andersen. “L’amore non è bello” riesce a mettere in musica sogni e scetticismi, cattiverie e slanci d’amore, ma sempre in punta di dita, di penna e di plettro: è forse il ritratto più compiuto e profondo del “privato” dei cosiddetti anni Zero. È un disco di quelli che hanno aperto una nuova fase della canzone d’autore italiana. Ma come quasi tutti gli altri, è sconosciuto al grande pubblico.

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