«MIND GAMES - John Lennon» la recensione di Rockol

John Lennon - MIND GAMES - la recensione

Recensione del 09 ott 2010 a cura di Renzo Stefanel

La recensione

Strano destino quello di “Mind games”, quarto album solista di John Lennon, Anno Domini 1973: tanto ben accolto all’uscita da critica e pubblico (disco d’oro in Usa e UK, anche se la vita in classifica non fu delle più trionfali: al massimo 13°, e la settimana dell’uscita, in patria; solo nono Oltreoceano), tanto controverso oggi, al punto tale che le bio-discografie più distratte se lo dimenticano pure. Eppure è un disco storicamente importante: quello che segna l’inizio del “lost weekend” che portò John lontano da Yoko Ono per diciotto mesi, “coast to coast” da L.A. a N.Y. in compagnia di May Pang, ex segretaria personale proprio della Ono. Siccome Yoko avvertiva una distanza tra lei e John, decise che era il caso di separarsi (la manciata di canzoni piene di rimpianto e senso di colpa verso l’ex partner presenti nel disco sembrerebbero dirci che Lennon non era dello stesso parere), ma, dato che non voleva perdere per sempre il suo Beatle personale, pensò che consigliare May di mettersi con lui avrebbe tenuto comunque in contatto i due coniugi in crisi. May dapprima fu stupita: poi accettò. Ma, come Yoko aveva previsto, John sarebbe tornato da lei.
Il senso di questo allontanamento e di questa presenza costante della Ono si coglie bene fin dalla copertina del disco: su di essa, un minuscolo Lennon cammina con una valigia in una landa sterminata; all’orizzonte, sotto un cielo rannuvolato e due soli, si staglia come un’imponente catena montuosa il profilo di Yoko. Lo stesso John diede il suo avallo all’interpretazione della copertina come immagine della liberazione dall’influenza preponderante di Yoko nella sua vita. Peccato di copertine ne esistessero altre due: quella del singolo omonimo, un fotomontaggio in cui Lennon al posto dei capelli ha il solito profilo di Yoko (“Io ho in mente te”, avrebbe chiosato l’Equipe 84…); e quella alternativa dell’album stesso, in cui la cover suddetta si quintuplica in una sovrapposizione di immagini. Dovunque vada il piccolo Lennon, c’è un’enorme Yoko. Inoltre, di Lennon ce ne sono quattro. Di Yoko, cinque. Insomma, a volte il destino è già scritto.
Vabbé, direte voi: ma ‘sto disco, com’è? Non certo un capolavoro, rispondo io. E come si spiega la buona accoglienza all’epoca? Con il fatto che l’album precedente era stato quell’iperpoliticizzato “Sometime in New York City” che aveva gelato tutti quanti si aspettavano il seguito del trionfale “Imagine” (cioè tutti, appunto). “Sometime in New York City” fu un pesante flop commerciale: non ricordo altri casi in cui il disco di una superstar affermata, dopo un successo fatto di numeri uno in tutto il mondo, non sia entrato neppure in classifica. Il colpo per Lennon fu così duro che per quasi un anno non registrò più nulla.
Ma la voglia di un Lennon che faccia canzoni “potabili”, spiega metà del successo di “Mind games”. L’altra metà la spiega la title track: un brano splendido, tra i migliori di Lennon, tirato fuori dalla soffitta beatlesiana. Il suo primo abbozzo si ascolta nelle sessions del 1969 di “Let it be” (e nella “John Lennon Anthology”, 1998), col titolo “Make love not war”. Lennon aveva imparato la lezione: riservò l’appello pacifista, ormai fuori moda, all’ultimo verso, e costruì il nuovo testo su un più generico invito a usare la propria potenza mentale per immaginare e creare un nuovo mondo fatto di pace e amore (vecchio hippie…). Il tutto ispirato all’omonimo libro degli psicologi new age Robert Masters e Jean Houston. Il brano, per quanto splendido, è in evidente debito, specie se si considerano lo spartito o il rough mix presente nel bootleg “The alternate Mind Games”, nei confronti di “A whiter shade of pale” dei Procol Harum (1967). E questa può essere una spiegazione del fatto che i Beatles avessero lasciato da parte un simile gioiellino, che comunque, nella versione iperprodotta e spectoriana (anche se Phil Spector stavolta non produce…) del 1973, maschera bene la sua origine.
E il resto del disco? Non ci sono grandissime cose. Del lotto delle canzoni politiche, cui Lennon proprio non si sente di rinunciare, non salverei nulla: “Bring on the Lucie (Freda peeple)” è un tentativo poco riuscito di resuscitare i fasti di “Give peace a chance” e “Power to the people”; “Only people” presenta un testo disarmante nella sua ingenua fiducia nella bontà innata del popolo e una musica non memorabile; “Nutopian International Anthem” consiste di sei secondi di puro silenzio. Come da titolo, doveva essere l’inno dell’immaginaria nazione di Nutopia, cui il primo d’aprile 1973 John e Yoko avevano dato vita nel tentativo scherzoso di risolvere i problemi col permesso di soggiorno in Usa di Lennon. Se la sua bandiera doveva essere bianca, il suo inno doveva essere silenzioso. Degno finale, la proposta dei due al governo Usa cadde nel nulla.
Vanno meglio le cose nel gruppo delle canzoni dedicate a Yoko, dense di affermazioni sulla complementarietà dei due, su quanto lei sia stata e sia ancora importante per lui, sul fatto che non è vero che le distanze non si possano colmare ("Well now east is east and west is west / The twain shall meet / East is west and west is east / Let it be complete", da “You are here”), e di dichiarazioni d’amore sanremesi (“Today I love you more than yesterday / Right now I love you more right now”, da “I know”). Eppure è proprio qui che si trovano gli altri brani validi del disco: “Aisumasen (I'm sorry)”, che parte come un blues dolente e poi sorprende con un paio di cambi di accordi notevoli, e “Out the blue”, che rievoca l’incontro con Yoko supportata da un arpeggio iniziale e da una melodia notevoli, che poi evolvono in climi alla Elton John (il quale non a caso avrebbe collaborato all’album successivo di Lennon, “Walls and bridges”).
Completano il disco un paio di rock’n’roll: “Tight a$”, pregno di allusioni sessuali e di quei giochi di parole con cui Lennon è da sempre andato a nozze (lo stesso titolo, qui, con quella “$”, può essere letto come “Tight ass”, rovesciando il protagonista del brano da maschile a femminile), e “Meat City”, evidentemente memore del sound dei T. Rex, che nel testo ha qualcosa che ricorda “Suffragette City” di David Bowie (con cui, guarda caso, Lennon avrebbe collaborato nel 1975).
Ora, proprio questi due brani (non esaltanti, ma il secondo è piacevole e ha qualche spunto degno di nota), sono una delle chiavi di lettura del disco, oltre alle vicissitudini personali e politiche dell’autore. Da un lato, di fronte a un’evidente crisi creativa, Lennon fa quel che avevano tentato di fare i Beatles con “Get back”: tornare alle radici del rock’n’roll. È qui, insomma, che nasce, anche inconsapevolmente, il progetto di “Rock’n’roll” (1975). Dall’altro, c’è un Lennon che ha bisogno di rincorrere i tempi per rientrare nel mainstream: e il 1973 era stato l’anno del glam. L’anno di “20th century boy” dei T. Rex di Marc Bolan (uscito a marzo), di “Aladdin sane” di David Bowie (uscito ad aprile) e della trionfale tournée americana che lo seguì, e di ben due album di Elton John, “Don't shoot me I'm only the piano player” (uscito a gennaio) e “Goodbye yellow brick road” (uscito a ottobre). E il recupero del rock’n’roll, si sa, era parte integrante e costitutiva del glam. Lennon, che registrò “Mind games” tra luglio e agosto (il disco poi uscì a novembre), fiutò per benino l’aria che tirava. Lo conferma un’altra grande uscita del 1973: “The dark side of the moon” dei Pink Floyd (registrato, peraltro, ad Abbey Road…). Che siano stati il suo enorme successo e il conseguente sdoganamento della psichedelia come fenomeno (anche) da classifica a spingere John a frugare nei cassetti per riesumare la vecchia e procoliana “Make love, not war” per farla diventare “Mind games”?
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