«BAND OF JOY - Robert Plant» la recensione di Rockol

Robert Plant - BAND OF JOY - la recensione

Recensione del 16 set 2010

La recensione

“Chiedetelo a Robert Plant, perché non si fa un altro tour dei Led Zeppelin”, sibila ogni volta Jimmy Page a chi gli chiede se il concertone del dicembre 2007 avrà mai un seguito. Ecco la risposta. Piuttosto che decollare un’altra volta a bordo del dirigibile, “Percy” preferisce resuscitare il gruppo anni ’60 in cui familiarizzò con John Bonham, la Band Of Joy: nello spirito, se non nella carne, dal momento che stavolta ha lasciato la Black Country inglese per soggiornare a Nashville, e ha rimpiazzato gli imberbi compagni di strada di allora con un manipolo di scafati session men americani. Non pubblica un disco di inediti da sette anni (il convincente “Mighty rearranger”), e “Band Of Joy” è il suo terzo disco di cover in otto anni. La penna si è inaridita, questo è lapalissiano, ma Robert ha l’onestà e l’umiltà di ammetterlo, e comunque poco male se il risultato è questo: uno dei migliori, se non il migliore, disco della sua ampia e altalenante produzione solista. In attesa di tornare a lavorare con Alison Krauss e T Bone Burnett, coprotagonisti del fortunatissimo “Raising sand” (sei Grammy e oltre un milione di copie vendute: il primo tentativo di un sequel non ha prodotto frutti convincenti), Plant ha trovato un nuovo contraltare femminile in Patty Griffin, voce e firma nota agli appassionati di country, e un nuovo partner musicale in Buddy Miller, versatile cantautore e chitarrista già apprezzato sideman di Emmylou Harris e Willie Nelson. E’ sua la chitarra satura, distorta e tremolante (collegata a un vecchio ampli a valvole) ad aprire il disco sulle note di “Angel dance” dei Los Lobos (da “The nieghborhood”, 1990), meno rock e più roots in questa versione grazie all’insistente riff di mandolino di Darrell Scott (che suona un arsenale di chitarre, banjo e pedal steel), più ipnotica e tribale in virtù del cupo martelllare della sezione ritmica, Marco Giovino alla batteria e Byron House al basso. Inizia così un viaggio affascinante e sorprendente, perché l’enciclopedica cultura musicale di Plant e di Miller porta la band in terre molto poco esplorate, ed è un divertimento per chi ascolta risalire alle origini dei pezzi in scaletta: traditional riarrangiati e downhome blues, r&b e doo wop anni Sessanta, cantautorato doc e slowcore d’attualità, con ben due selezioni dal repertorio dei Low di Duluth, Minnesota (la città natale di Bob Dylan, per inciso), vicine più di altre al gusto psichedelico dei Band Of Joy originari. La prima, “Silver rider”, è forse il momento magico del disco, sei minuti di atmosfere sospese e chitarre riverberate che Plant stesso ha paragonato ai This Mortal Coil e a certe produzioni primi anni ’90 della 4AD, e in cui (come tutto il disco) la voce del cantante è incline al sussurro più che alle grida. La seconda, “Monkey”, è ancora più paludosa e spettrale, stridente e minacciosa. Sicuramente il momento “dark” di un disco in bianco e nero (i suoni sono modernamente vintage), tutto ombre e luci: tra la claustrofobia dei Low si insinuano un ruggente r&b anni Sessanta (“You can’t buy my love” di Barbara Lynn, con un sound disossato e il basso in primo piano nel mix), un arioso doo wop dei Kelly Brothers (“Falling in love again”, ancora metà Sixties, e per un momento sembra di tornare ai vecchi divertissement degli Honeydrippers) e un terso country soul (“The only sound that matters”) dei contemporanei e misteriosi Milton Mapes di Austin. “House of cards”, un brano minore dal catalogo di Richard Thompson, riceve un efficace trattamento “Southern gothic” (così Keith Cameron sul mensile Mojo), e il texano Townes Van Zandt, già celebrato in “Raising sand”, torna protagonista con uno dei suoi ultimi lasciti, la bellissima e malinconica “Harm’s swift way”. Tracce zeppeliniane? Poche, ma buone. Il blues rurale di “Central two-o-nine” (ispiratato Lightnin’ Hopkins), rustico, selvatico e virato in chiave cajun, e una magistrale “Satan your kingdom must come down” (già nel repertorio degli Uncle Tupelo, e ultimamente di Willie Nelson), direttamente dai tempi della Grande Depressione. O ancora la progressione alla “Gallows pole” di “Cindy, I’ll marry you one day”, folk transatlantico che dalle coste inglesi trasmigra sugli Appalachi. “Even this shall pass away”, il pezzo finale, è l’unico episodio un filo stonato, con quei ritmi un po’ meccanici e quelle percussioni debordanti che sovrastano la melodia. Ma i versi di Theodore Tilton (1867), già adattati al rock da Chuck Berry, chiudono perfettamente il cerchio: “Cos’è la fama? Nient’altro che una lenta decadenza/E anche questa è destinata a passare”. Un messaggio nella bottiglia per i fan delusi degli Zeppelin e per mr. Page?



(Alfredo Marziano)
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