«VIVERE NEGLI ANNI X - Il Genio» la recensione di Rockol

Il Genio - VIVERE NEGLI ANNI X - la recensione

Recensione del 25 mag 2010

La recensione

Non mi succedeva da moltissimo tempo di aspettare con ansia l’uscita di un disco. Forse, esagero!, non mi succedeva dai tempi in cui i dischi erano ancora soltanto in vinile. Del resto, non mi succedeva da moltissimo tempo nemmeno di innamorarmi di un progetto artistico (so che è una brutta espressione, perdonatemela), e mi è successo due anni fa ascoltando il primo album di Il Genio : un innamoramento le cui buone ragioni sono state confermate da due lunghi incontri con Alessandra Contini e Gianluca De Rubertis, poi diventati un’intervista per il mensile “Musica Leggera”. La scintilla dell’innamoramento non era stata – lo dico senza snobismi, ma per amor di verità – “Pop porno” (che comunque ritengo una canzone epocale), ma un video sul Myspace del duo, “La Pathetique” (è ancora lì, andate a vederlo ). Da allora sono – dichiaratamente – un fan. Quindi, diffidate dell’obbiettività di questa recensione.
Il singolo apripista di “Vivere negli anni X” si intitola “Cosa dubiti”, ed è un duetto vocale assolutamente anomalo, con le due voci di Alessandra e Gianluca, il bianco e il nero, che si inseguono e quasi si sovrappongono in una sorta di trailer accelerato di un film d’amore e di tradimento e di passione: non so se le radio lo passeranno, perché le radio, naturalmente, si aspettano da Il Genio quello che si aspettava la major con la quale Alessandra e Gianluca hanno perso un anno del loro tempo, l’anno scorso - una “Pop porno” parte due. Che non c’è, in “Vivere negli anni X”: e sono sicuro che, volendo, i due avrebbero potuto scriverla e cantarla e registrarla, e che non l’abbiano fatto conferma che faccio bene a stimarli.
Ci sono invece tante altre cose belle, che sono certo mi si riveleranno con tutte le loro qualità solo ascolto dopo ascolto – e questa recensione viene scritta dopo solo il secondo ascolto, quindi non escludete la possibilità che venga rivista e ampliata fra qualche settimana.
L’album si apre con una sequenza sonora che sembra presa da “Being for the benefit of Mr Kite” di “Sgt. Pepper’s”: uno spruzzo di psichedelia brit soft anni Sessanta che s’illumina all’arrivo della voce di Alessandra, sempre emozionante per come riecheggia la Françoise Hardy giovane: il titolo è “Il Genio”, e il testo gioca sul piccolo mistero che ancora circonda la natura della relazione della coppia (amici, amanti, ex fidanzati? soprattutto, e quel che più conta, complici).
Ancora Alessandra da sola in “Fumo negli occhi”, un ritornello appiccicoso e un primo assaggio di obliquità nei testi (“Zitta col viso volto / spengo l’amore del mio filtro / vola nel vuoto un salto / tiro di tiratore scelto”, dove si gioca, come succederà anche in un’altra canzone del disco, col doppio significato di “volto”).
Dopo “Cosa dubiti”, di cui si è già detto, e dal cui testo segnalo il finale killer (“Dubito.” “Madidi.” “Prendimi.” “Baciami.”), “Amore chiama terra” è esplicitamente electropop, e in questo senso è un pezzo che non avrebbe sfigurato nel disco precedente: fa tornare in mente la “nouvelle vague” francese degli inizi degli anni Ottanta, Elli & Jacno, i Mathematiques Modernes, la piccola Lio.
Un inquietante carillon elettronico apre “Tu mi sai dire”, gran canzone d’amore che Alessandra soffia con ingenua malizia (“e vieni se puoi, se vuoi puoi venire”): diventerà un momento topico dei live.
Lo scherzo di “Tahiti” – una minisinfonia in tre movimenti che evoca i Chrisma del 1977, per chi se li ricorda: “Mandoia”, vi dice qualcosa? – precede quella che potrebbe diventare la “Pensiero stupendo” degli anni Dieci, “Del lei” – andamenti dance fine anni Settanta che invocano a gran voce un remix ad hoc, e suscitano l’amabile fantasma di Diana Est. A due voci, “Non avrai” è un bell’esempio di pop elegante, un poco rétro, che probabilmente si rivelerà meglio nei prossimi ascolti; “Cosa pensi” è invece evidentissimamente un potenziale grande singolo, con un ritornello solenne e incalzante, un testo immaginifico (“siamo al contagocce della sera”, puro Pasquale Panella, e poi “testa giù capelli volti a terra e sole noi andremo”) e le stimmate del genio – anche senza la maiuscola.
“Overdrive”, buffo scherzo sul suonare dal vivo, testo-pastiche di termini tecnici (delay, distorsori, jack, potenziometri), è quasi-Kraftwerk nella struttura ordinatissima e regala un sorriso di leggerezza prima della malinconia così francese di “Sì, per sempre, mai” – “che resterà di noi? due buoni amici, due cicatrici”: una frase di straziante verità – con il suo arrangiamento un po’ alla Battiato dei bei tempi (quelli del “Cinghiale” e di “Patriots”, quelli con Giusto Pio, per intenderci).
In chiusura di disco, “Dire mai più” mi riporta – ed è un piacere – a quella “Pathetique” di cui dicevo in apertura, e mi conferma che il mio innamoramento per il Genio ha ancora di che nutrirsi e restare vivo.

(Franco Zanetti>
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