«STRIPPED TO THE BARE BONES - Steve Harley» la recensione di Rockol

Steve Harley - STRIPPED TO THE BARE BONES - la recensione

Recensione del 04 mag 1999

La recensione

Che strana sensazione ascoltare in versione essenzialmente acustica - “ridotte all’osso”, come anticipa il titolo dell’album - canzoni che più di venticinque anni fa (!) hai amato fino ad impararne ogni parola, ogni nota, ogni suono dell’arrangiamento. Vorresti poter sapere cosa ne penserebbe, di queste versioni, l’unico altro pazzo con cui hai condiviso l’ammirazione per i Cockney Rebel: un gruppo bizzarro, originale, di brevissima carriera ma di profondissima influenza sull’evoluzione dei tuoi gusti musicali, e di conseguenza anche della tua vita. Che strana sensazione (e che brividi) risentire la voce di Steve Harley, venticinque anni dopo, ricantare una frase che oggi suona misteriosamente profetica: «Oh, you think it’s tragic when that moment just arrives». E pensi che forse quelli sono stati, davvero, gli anni migliori della tua (della vostra) vita. Ma tutto questo forse ha poco a che vedere con la recensione di un disco. E allora diciamo che le quattordici canzoni del Cd, registrato dal vivo al Jazz Café di Londra, ci rivelano un signore intorno ai cinquant’anni, un tempo camp e flamboyant e oggi riflessivo e pensoso, la cui voce ha acquistato ruvidezza e non indulge più come un tempo alla beffarda deformazione della pronuncia («wotch thu shtaman ruffen tumbull, oh how we larfed»), ma resta evocativa e inquietante, l’unica che abbia il diritto di cantare certi testi fitti di allusioni, riferimenti, rimandi, citazioni («the Hemingway staccato, the tragic bravado…») e giochi di parole. Anche se non è più sorretta dal tappeto elettrico degli strumenti dei suoi ex compagni di gruppo, anche se oggi Steve Harley preferisce accompagnarsi da sé con la chitarra e l’armonica a bocca, e avere al fianco solo il polistrumentista Nick Pynn (chitarra, dulcimer, mandocello, violino), quella voce continua a turbare ed emozionare. Quando ripropone, lasciando spazio ai cori del pubblico, quell’irridente “Make me smile (Come up and see me)” che la colonna sonora di “Full Monty” ha fatto riscoprire in tempi recenti; quando si riappropria di “Tumbling down”, inno doloroso di decadenza che per “il soundtrack di “Velvet Goldmine” i Venus in Furs (Bernard Butler, Jon Greenwood, Paul Kimble, Andy Mackay e Thom Yorke) hanno rifatto con rispetto e amore, ma senza la tristezza («Oh, dear, look what they’ve done to the blues, blues, blues…») che ne è la vera essenza; quando gioca a fingersi scanzonata e provocatoria come in “Judy Teen” e “Mr. Soft”, dalle saltellanti cadenze di cabaret che allora ti ricordavano la polposa e sensuale Liza Minnelli e oggi ti fanno pensare a una Marlene Dietrich vizza e orribilmente bistrata. E “Sling it”, con quel violino che stride, è una dichiarazione di rabbiosa resa. E “Sebastian”, spogliata dell’enfasi strumentale, rivela la sua vera natura di marcia funebre straziata («to rearrange all this thoughts in a moment is suicide») dedicata all’uomo che sei stato e che non sei più («Somebody called me Sebastian…»). E “The best years of our lives”, trafitta da un piangente dulcimer, è una pugnalata nel cuore: quasi nemmeno cantata, un po’ sussurrata e un po’ gridata, trascina ogni strofa verso la frase finale, il cui sarcasmo giovanile si trasmuta adesso in amara consapevolezza («but the only conclusion that I’ve reached in my life is that if I should die I should die by the knife») e in disperato rimpianto («it’s the best years of our lives»). “Stripped to the bare bones” è un disco che fa male: e per questo - anche solo per questo, se volete - è un gran bel disco.
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