«HAVE ONE ON ME - Joanna Newsom» la recensione di Rockol

Joanna Newsom - HAVE ONE ON ME - la recensione

Recensione del 15 mar 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Joanna Newsom è sicuramente uno dei personaggi più interessanti del panorama musicale contemporaneo. Vuoi per l’indiscusso talento, la personalità o semplicemente per l’inventiva: ce ne sono di cose da dire su questa ventottenne ragazza californiana. Più di tutto però, con l’uscita del nuovo “Have one on me” bisogna dare atto alla Newsom di avere del fegato. Già, perché ce ne vuole di coraggio nel buttarsi sul mercato, dopo un disco di enorme successo di critica come fu “Ys” nel 2006, con un album triplo di ben diciotto pezzi. Folk per giunta: che Dio ce la mandi buona. Sono operazioni queste che mancano da tempo immemore, dal sapore gustosamente retrò tanto quanto la musica che veicolano. Joanna Newsom in poco più di sei anni è riuscita a guadagnarsi quel tanto di credibilità e rispetto sufficienti per potersi imbarcare in un’impresa di questo livello senza scendere a compromessi con l’identità che le ha garantito cotanto successo. “Have one on me” diventa quindi l’ennesima occasione di trovarsi faccia a faccia con l’universo particolare di Joanna Newsom, un universo fatto di favole e racconti narrati in punta di arpa. C’è di tutto in “Have one on me”: country, folk, blues, ballate indie e tocchi bluegrass. Ci sono il gospel dal cuore degli Stati Uniti e gli echi tradizionali delle lande verdi della terra d’Irlanda. Il tutto filtrato dalla voce della Newsom, con quel suo incedere fuori dal mondo figlio della spontaneità più cristallina che sa essere contrappunto e melodia, decorazione e pietra preziosa allo stesso tempo. Tornano alla mente i Fairport Convention, i Pentangle e tutti quelli che hanno fatto grande il folk ai tempi d’oro, fondendosi con la contemporaneità di talenti come Kate Bush e Bjork. Il risultato sono diciotto narrazioni che di rado scendono sotto i sei minuti e tra cui è molto difficile pescare alla ricerca di un vero e proprio punto di riferimento. Vanno godute una per una, dall’apertura vellutata “Easy” passando per la ballata per arpa e voce “No provenance” su cui vanno a incastonarsi prima i fiati e poi la sezione ritmica per un crescendo leggero e dolcemente ipnotico. C’è addirittura un tocco di oriente nel finale di “Baby birch”, gospel sussurrato che si trasforma in finestra sul mondo: world music alla maniera della Newsom. Menzione speciale anche per le strepitose ballate “In California”, “Jackrabbits” e “Go long”, dove Joanna dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, di che cosa è capace con la sola voce a reggere l’intero costrutto melodico con picchi lirici da brivido. “Soft as chalk” scuote l’animo dal torpore, sfogando le impellenze melodiche più ardite della Newsom e aprendo la terza parte di “Have one on me” in cui spicca “Kingfisher”, salto nel tempo di almeno settecento anni all’epoca dei re e delle corti, delle dame e dei cavalieri, e lo stupendo finale intriso di malinconia blues di “Does not suffice”. “Have one on me” in definitiva è un album che va vissuto, capito e goduto senza fretta e con lo spirito di tempi che furono e che rivivono splendenti di nuova luce. E’ un disco fuori dal mondo, unico come chi è stato in grado di dargli vita e per questo meritevole del più limpido affetto possibile. Onestamente uno degli album più affascinanti di questo momento.

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