«SIGH NO MORE - Mumford & Sons» la recensione di Rockol

Mumford & Sons - SIGH NO MORE - la recensione

Recensione del 15 dic 2009

La recensione

Non ricordo con esattezza la data, ma ricordo bene che a fine giornata me ne uscii dall’ufficio con la consapevolezza che quello era stato un buon giorno musicalmente parlando. Un buon giorno sì perchè erano giunti in redazione due cd che mi erano piaciuti al primo ascolto. E non accade così spesso. Uno era ”Gorilla Manor” dei Local Natives, l’altro “Sigh no more” dei Mumford & Sons.
Nessuna delle due band mi era nota, ebbi subito una preferenza per i secondi e pensai che il loro indie-folk così americano mi piaceva assai. Pensai che era proprio il caso di approfondire la ricerca e moltiplicare gli ascolti. Gli ascolti si moltiplicarono senza grande fatica – il disco è uno dei miei preferiti dell’anno solare 2009 e trova la via del lettore con inusuale facilità -, la ricerca svelò da subito che, nonostante le sonorità avessero tutti i crismi delle stelle e delle strisce, i quattro provengono dalla inglese città di Londra. Il secondo passo nel mondo di questa band porta a scoprire che si sono formati nel dicembre del 2007, che sono in quattro a dividersi gli onori e che un Mumford effettivamente esiste, di nome fa Marcus e si dedica a chitarra e batteria, quindi, per sagace deduzione, i Sons non possono che essere Winston Marshall (chitarra e banjo), Ben Lovett (tastiere) e Ted Dwane (contrabbasso).
Le danze vengono aperte dalla canzone che intitola l’album, una invocazione al cielo lamentosa e ritmata il tanto e il giusto che basta per agganciare l’attenzione, il suono del banjo la sdrammatizza. Il medesimo schema si ripete nella seguente “The cave”: l’iniziale pizzicato della sei corde e un canto sussurrato si fanno via via più decisi e incalzanti al dipanarsi del testo.
E’ la tromba che regna sovrana nell’infinito braccio di ferro tra cuore e ragione in tema di amore come accade in “Winter winds”: “and my head told my heart let love grow but my heart told my head this time no this time no”. “Roll away your stone” è tutta per banjo, chitarra e coro, “White blank page” è il canto di un cuore tormentato e l’incedere musicale profuma di lontano del vento e delle scogliere della verde Irlanda. “I gave you all” è intima e sommessa il giusto, il singolo “Little lion man” è una riuscita ballata da pub prima che entrino in scena i Pogues ad alzare la gradazione alcolica e mandare tutto in caciara. La parte finale di questa opera prima non fa che ribadire e sottolineare i concetti e i temi sin qui presentati con una menzione particolare per la delicata “Dust bowl dance”, forse il brano che preferisco e che mi ricorda il primissimo Bruce Springsteen. I Mumford & Sons sono una delle sorprese dell’anno per compattezza musicale, per scrittura, per capacità di non inventare nulla ma di avere ben chiaro come miscelare gli ingredienti a loro disposizione. Okkervil River, Fleet Foxes, in alcuni passaggi – perché no ? - Coldplay, questi i riferimenti che si possono rilevare qua e là…mica paglia.
Insomma, Natale è pericolosamente vicino, se siete (come me) nelle canne e non sapete cosa regalare a una persona particolarmente cara, questo cd, ve lo posso assicurare, sarà un dono certamente gradito.


(Paolo Panzeri)
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