«THE FALL - Norah Jones» la recensione di Rockol

Norah Jones - THE FALL - la recensione

Recensione del 19 nov 2009

La recensione

Si sveglieranno anche i suoi irriducibili detrattori, quelli che le hanno appioppato il malizioso nomignolo di Snorah (da “snore”, russare), al suono delle chitarre elettriche, delle percussioni, delle distorsioni e degli effetti speciali di “The fall”? Non è la prima volta che cambia pelle, la serafica miss Jones: è proprio lei, anche se c’è voluto del tempo a riconoscerla, quella tipa in parrucca bionda, calze a rete e Stratocaster rossa a tracolla che infiamma da qualche anno i club newyorkesi alla guida dei punk rockers El Madmo. Solo che stavolta, ed è la prima volta, ha deciso di applicare la tattica del trasformismo al suo marchio più conosciuto e affidabile, la Norah Jones Corporation che nell’arco breve di sei anni e tre album ha accatastato 37 milioni di dischi venduti, un Empire State Building che ha fatto venire i lucciconi agli occhi ai discografici della Blue Note. S’è data una mossa, insomma, scrollandosi di dosso (un po’, mica del tutto) l’etichetta appiccicosa del “country lounge” e del “dinner jazz”, della musica da salotto e da cocktail party, che si porta dietro dai tempi del blockbuster “Come away with me”. L’occasione gliel’ha fornita un anno e mezzo fa il doloroso distacco da Lee Alexander, compagno inseparabile da sette anni, coproduttore dell’ultimo “Not too late”, contrabbassista e pilastro del gruppo, la Handsome Band, che la accompagnava dagli esordi. Con “The fall” (è l’autunno, o la caduta degli dei? Il titolo è volutamente ambiguo) si volta pagina: Norah ha immaginato di adattare al suo stile le sonorità di “Mule variations” di Tom Waits, uno dei suoi album preferiti, chiamando a sé Marc Ribot, chitarrista dal tocco inconfondibile, e il fonico di fiducia del grande californiano, Jacquire King, un tipo “abbastanza risoluto da portarmi in una direzione differente ma non abbastanza da indirizzarmi sulla sua, di strada” (così ha spiegato lei stessa al mensile Mojo). Non finisce lì: in studio si materializzano il vecchio amico Jesse Harris, il batterista session man Joey Waronker, l’altro chitarrista avant-rock Smokey Hormel; mentre Ryan Adams e Will Sheff degli Okkervil River, texano come lei, danno una mano nella scrittura delle canzoni. Sia chiaro: “The fall” non è un disco waitsiano, non fosse altro che al posto dell’orco Tom qui c’è una fatina molto carina col suo nuovo taglio di capelli corto e sbarazzino. Piuttosto, questa sterzata rammenta certi percorsi tortuosi di Fiona Apple e di Aimee Mann, sopratutto la Suzanne Vega stufa di essere la reginetta dei folk club che nei primi anni Novanta si consegnava fiduciosa ai cut-up elettronici e alle strategie spiazzanti dell’allora marito Mitchell Froom. Chi ha nostalgia della Jones più classica e composta salti subito all’ultima parte del disco. A “Back to Manhattan” (Norah indecisa tra due amanti sulle due sponde del fiume Hudson), un carillon bluesy e notturno con giusto una punta di dissonanza. A “December”, candida e fragile come un fiocco di neve. O a “Man of the hour”, uno scherzoso honky tonk che chiude i conti col passato mentre lei, di fronte alla scelta “tra un vegano e un fumatore di spinelli” opta per il suo fedele San Bernardo, immortalato in copertina al suo fianco. Il resto potrebbe lasciarli insoddisfatti: Ribot e il resto della ciurma, con Norah stessa spesso e volentieri impegnata a estrarre timbri e tonalità sature dalla chitarra elettrica, producono più rumore, macinano più groove, adornano di chincaglieria postmoderna anche le composizioni più innocue. “Chasing pirates”, il primo singolo accompagnato da un delizioso video con Norah capitano di vascello in navigazione tra i grattacieli di Manhattan, piacerà un po’ a tutti, con quel ritornello così grazioso, la levità del ritmo sincopato dal piano elettrico, la sensualità morbida del canto. Ma “It’s gonna be”, dove la ragazza se la prende con i talk show e le soap operas televisive, va oltre, con un ritmo tribale rubato nientemeno che ad Adam Ant e un break di tastiere che ricorda il Garth Hudson più scatenato ai tempi della Band. Adams è riconoscibile nella ballata dark “Light as a feather”, immersa in un clima spettrale ricco di effetti e riverberi, mentre Sheff firma con “Stuck” uno dei pezzi più elettrici e chitarristici (rock?) del disco. “Waiting” ha qualcosa dello Springsteen più intimista e inizia come un pezzo di Buddy Holly, e in “You’ve ruined me”, c’è un eco di folk alla Dylan. Nell’onirica “Even though” il campo sonoro è dominato dalla sezione ritmica e da un basso quasi dub, l’eredità waitsiana si coglie soprattutto nell’andamento quasi cabarettistico e mélo di “Tell yer mama”, ennesimo lamento rivolto all’indirizzo di maschi immaturi e predatori; mentre la migliore del mazzo è forse “I wouldn’t need you”, un’avvolgente ballata in stile “Americana” immersa in un’atmosfera ipnotica e cinematografica e baciata da una bella melodia. La “nuova” Jones incuriosisce, si fa ascoltare, come sempre fatica a lasciare segni profondi. Però ha rischiato, ha avuto coraggio e almeno non chiamatela più Snorah.



(Alfredo Marziano)
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