«BATTLE FOR THE SUN - Placebo» la recensione di Rockol

Placebo - BATTLE FOR THE SUN - la recensione

Recensione del 19 giu 2009 a cura di Ercole Gentile

La recensione

In uno dei miei rari zapping televisivi mi sono inaspettatamente imbattuto nel nuovo Brian Molko. E non è stato bello: ingrassato, capello lungo e basetta. Vabbè, leggermente scombussolato mi dico che nella vita si può cambiare e che è meglio giudicare un musicista per il suo lavoro e non per la sua immagine.
E devo dire che fino ad oggi Molko e i suoi Placebo non mi hanno mai totalmente deluso: dopo due dischi capolavoro e simbolo della fine degli anni Novanta come “Placebo” e “Without you I’m nothing” (vedi Recensioni), la band è indubbiamente calata, ma ha sempre prodotto dischi (tre, per la precisione) di buona caratura sui quali non sono mai mancati tre/quattro pezzi di altissimo livello. Però non riesco a togliermi dalla testa l’immagine sconvolgente del nuovo Brian, così come quella del giovane (22 anni) nuovo batterista californiano Steve Forrest (vedi News), che ha rimpiazzato lo storico Hewitt uscito dalla band per divergenze artistiche con gli altri due. E c’è qualcosa che non mi torna: vuoi vedere che i Placebo puntino al pubblico di ragazzini che ancora sorregge il mercato musicale?
Lascio da parte per un attimo dubbi e ipotesi e passo alla sostanza, il nuovo disco “Battle for the sun”. Sesto capitolo discografico della band, prodotto con Dave Bottrill (già al fianco di Muse, Tool e Silverchair) e definito da Molko come un disco che “sceglie la vita, sceglie di stare alla luce, pur non ignorando la presenza dell’oscurità”.
In effetti fin dai primi ascolti si può notare un suono molto rock e denso di chitarre, l’inserimento per la prima volta di tromba e sassofono e la bassa presenza delle atmosfere cupe che hanno spesso caratterizzato i lavori dei Placebo.
Un sound diretto quindi, testi meno dark e più incentrati su amori coinvolgenti e meno sofferti, per una miscela poco originale che in alcuni episodi riesce comunque a coinvolgere ed emozionare. Si prendano ad esempio le buone “Kitty litter”, “Devil in the details” e “Come undone”, così come l’ottima title-track, forse il pezzo migliore del disco, grazie anche ad una perfetta fusione musica/testo, parole come “Dream brother, my killer, my lover” su una devastante esplosione di chitarre.
Ci sono poi brani dove i ritmi rallentano leggermente, ma non riescono a trascinare, come l’ultimo singolo “For what it’s worth”, “Ashtray heart” (ridicolizzata dall’intro in spagnolo “Mi corazon, cenicero”, traducibile come “il mio cuore è un portaceneri”), “Julien”, “Never-ending why” e tre canzoni come “Bright lights”, “Breathe under water” e “Kings of medicine” con arrangiamenti pop che ammiccano realmente al popolo adolescente.
Infine le ballate malinconiche (ed i cambi di tempo) che hanno sempre fatto la fortuna nostra e di Molko. Sono due ed entrambe degne di nota: il brano preferito dallo stesso frontman “Speak in tongues” (“Don't fall back into the decay, there is no law we must obey, so please don't let them have their way, don't give in to yesterday”) e la fine di un amore di “Happy you’re gone” (“This memory will fade away and die. Just for today, breathe me and say goodbye”).
Insomma, anche in “Battle for the sun” qualcosa di buono c’è, ma indubbiamente troppo poco per essere promosso a pieni voti. Il sound più diretto e leggero forse conquisterà (volontariamente o meno) adepti nelle nuove generazioni, ma difficilmente convincerà fino in fondo i fan della prima ora, abituati ad opere di ben altro spessore.
Chissà forse Brian sta meglio così, da quando, citando lui e il film “Trainspotting”, ha scelto la vita e la luce. A quanto pare le cose migliori spesso nascono, invece, dall'oscurità...

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