«MUDCRUTCH - Mudcrutch» la recensione di Rockol

Mudcrutch - MUDCRUTCH - la recensione

Recensione del 13 mag 2008 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Tom Petty non ha deciso di fare un supergruppo, come capita a tanti rocker annoiati. Forse sull'onda del periodo di celebrazione della sua trenntennale carriera (culminato con il DVD “Runnin' down a dream”, di cui vi abbiamo parlato da queste parti qualche mese fa), ha deciso di riformare una delle sue prime formazioni, e di fargli incidere quell'album che al tempo non si riusci a fare. Ma senza nostalgia.
Narrano le cronache che nel 1975, al momento di firmare il primo contratto discografico importante, Tom Petty si sentì dire che dalla casa discografica non interessava la sua band, i Mudcrutch, ma lui come solista. Per tutta risposta, Petty sciolse la band, portandosi dietro chitarrista (Mike Campbell) e tastierista (Benmont Tench) negli Heartbreakers, che lo avrebbero accompagnato per oltre trent'anni diventando molto più di un gruppo spalla.
Al tempo i Mudcrutch riuscirono ad incidere solo un paio di singoli, così Petty ha deciso di dare alla band quell'occasione che non ha mai avuto: insieme a Campbell e Tench ha ricontattato Tom Leadon (fratello di Bernie, membro degli Eagles prima maniera) e Randall Marsh, ha ripreso in mano il basso ed eccoci qua. Con uno dei suoi più bei dischi da anni.
Non che abbia fatto cose brutte negli ultimi anni, anzi. Ma qua in mezzo c'è di tutto: brani nuovi, brani vecchi, cover, tradizionali riarrangiati, rock, folk-rock, country. Tutto suonato con divertimento e passione.
Ci sono alcune delle migliori canzoni di Petty degli ultimi tempi, su tutte la chilometrica e psichedelica “Crystal river” (9 minuti e mezzo di chitarre sognanti) ed il singolo “Scare easy”. Ci sono pregevoli cover come “Lover on the bayou” dei Byrds, che sono sempre stati una delle principali influenze di Petty. C'è anche spazio per i comprimari, ma è sempre il vecchio leone biondo a dominare la scena, insieme alle chitarre di Mike Cambell (uno dei miglior chitarristi di sempre, nel suo genere).
Insomma: un piccolo grande gioiello, in cui forse non tutto luccica come le gemme appena citate, ma che suona spontaneo, anche nei brani più superflui (lo strumentale “June apple”) o quando è Leadon a cantare (“This a good street”), facendo tornare alla mente del più noto fratello. Un album da ascoltare assolutamente se vi piace il rock “classico”.

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