«NINE LIVES - Steve Winwood» la recensione di Rockol

Steve Winwood - NINE LIVES - la recensione

Recensione del 09 mag 2008

La recensione

L’ex ragazzo prodigio oggi ha sessant’anni, e se non ha vissuto davvero nove vite poco ci manca: Spencer Davis Group, Traffic, la meteora Blind Faith e i Go! con Stomu Yamash’ta, gli anni ‘80 glamour e luccicanti di “Valerie” e “Roll with it”, i ‘90 vuoti di ispirazione e avari di soddisfazioni. Fino alla rinascita, quattro anni fa, con un disco autoprodotto, lineare e filante come “About time” che ha fatto riscoprire Winwood, soprattutto negli Stati Uniti, a una nuova generazione che di “Gimme some lovin’ ”, Dear mr. Fantasy” e “John Barleycorn” conservava poca o nessuna memoria. Oggi “Nine lives” prosegue sicuro dentro quel solco, con un suono ritmico e pulsante e un analogo assetto strumentale da “live band”, voce inossidabile da “negro bianco” e Hammond in primo piano, intrecci di chitarre, sax o flauto come ai vecchi tempi, percussioni come se piovesse e niente basso (ne fa le veci il leader, manovrando i pedali dell’organo). Stessa propensione al groove e all’improvvisazione, anche, testimonianza ulteriore di una certa affinità di pensiero con le jamband americane, giusto con un velo di “produzione” e di levigatezza in più motivato magari anche dal coinvolgimento nel progetto di una major discografica. Qualcuno ha già spianato il fucile: Winwood, è la critica più frequente, si limita a inserire il pilota automatico e procede a velocità di crociera, evitando accuratamente accelerate e deviazioni di percorso dalla solita strada. E se anche fosse? Il Van Morrison di oggi, per fare un nome, è tanto diverso? Va bene, a tratti “Nine lives” suona fin troppo rilassato, e in certi momenti sembra che la fluidità della musica conti più delle singole canzoni o dei testi ispirati a un generico desiderio di giustizia sociale e di elevazione spirituale. Ma chi ricorda il musicista demotivato e sfibrato di dieci, quindici anni fa, non può non gioire nel vederlo ritrovare un suono caldo, accattivante e vitale come quello di “Nine lives”. Anche l’annunciata ospitata di Eric Clapton, che con Winwood ha ripreso saltuariamente a suonare dal vivo dall’estate scorsa, finisce per andare ben al di là del semplice cameo a scopo promozionale: nel rock blues robusto e vibrante di “Dirty city”, molto anni ’70, Manolenta sfodera un assolo articolato e graffiante da bei tempi andati mentre la melodia ipnotica del pezzo richiama gloriosamente la “Low spark of high-heeled boys” dall’omonimo album Traffic.
Inevitabile che il passato giochi una parte importante, in un disco come questo. A cominciare dall’immagine di copertina che sovrappone un Winwood adolescente a quello di oggi (entrambi con la chitarra in mano) e da quella “I’m not drowning” eseguita in versione one man band, un bel blues acustico in vecchio stile Spencer Davis che il paroliere Peter Godwin descrive efficacemente come un “Robert Johnson proiettato nella Chelsea dei nostri giorni”. La bella notizia è che nel suo granaio immerso nella campagna inglese e convertito in studio di registrazione il country gentleman Winwood s’è rimesso a produrre musica biologica e lontana dalla serialità industriale dei decenni precedenti: ha perso magari l’appoggio delle radio e delle masse, ma ci guadagna in credibilità e in libertà artistica prendendosi tutto il tempo necessario a scaldare il suo motore a lenta combustione (nove titoli per oltre 57 minuti, oltre sei minuti di durata media e la porta spalancata a ulteriori divagazioni sul palco). Il bel riff chitarristico a spirale di “Raging sea” innesca un irresistibile funk blues, e quell’impasto dolce e denso di soul rock, latin jazz e rhythm&blues revival rimanda spesso ai primi Santana, a certi Los Lobos, al Brian Auger di fine anni ‘60/primi ’70. Winwood però è arrivato prima, certe cose sono da sempre nel suo dna ed è anche stato uno dei primi a tentare una via autonoma e originale alla world music, come dimostrano qui la figura ritmica da township sudafricana che il chitarrista Neto suona in “Hungry man” o l’incrocio tra ritmi brasiliani e whistle celtico in “Fly”, il pezzo più “commerciale” dell’album che sotto la sua buccia gradevole nasconde un’ambizione di musica sincretica e cosmopolita mica da ridere. Una possibile chiave di lettura di tutto il disco, in fondo, per chi non vuole fermarsi alle sue (piacevolissime) apparenze.



(Alfredo Marziano)

“I’m not drowning”
“Fly”
“Raging sea”
“Dirty city”
“We’re all looking”
“Hungry man”
“Secrets”
“At times we do forget”
“Other shore”
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