«NEON BALLROOM - Silverchair» la recensione di Rockol

Silverchair - NEON BALLROOM - la recensione

Recensione del 07 apr 1999

La recensione

Daniel Johns, assatanato, ha scritto praticamente tutto quest’album da solo tappato in casa mentre gli altri due, Ben Gillies e Chris Joannou, se la spassavano con le loro ragazze. "Avevo dei problemi d’ansia davvero brutti. Non potevo uscire di casa, quindi ho fatto tutto quest’album cercando di purificare il più possibile la mia anima. Tutte le canzoni, tranne ‘Satin sheets’ e ‘Anthem for the year 2000’, sono su cose che ho realmente provato. La maggior parte dei testi sono iniziati come poesie; non volevo diventassero canzoni dei Silverchair, ma mi piacevano molto e volevo fare un album che fosse davvero onesto", ha detto. Chiaro che delle turbe più o meno esistenziali di Johns può fregarvene fino ad un certo punto; la questione è un’altra, e cioé "vabbé, ma l’album è buono o no?". E allora dritti al punto: sì, è buono. Non lo diciamo perché ce l’ha regalato l’etichetta: se fosse stato brutto l’avremmo scritto, statene certi. Non è un disco immediato, di prima botta, è un album che cresce dentro. Si prenda l’opener, "Emotion sickness": un pezzo già epico per conto suo, sei minuti quasi geniali, la canzone che i Manics non hanno mai scritto, pathos a carriolate, archi, un piano addirittura in leggera dissonanza, una roba spaventosamente matura per un tipo che da poco può guidare la macchina. Se al disco c’è un limite, è forse proprio questo: di fronte a cotanta possanza ed inventiva, il resto non è che scompaia, ma certamente non riesce a raggiungerne le vette ammantate di tonitruante potenza. "Ana’s song", in fondo, è poco più d’una ballatona elettrica, mentre "Steam will rise", quasi onirica se non fosse per gli staccati rock che riportano il tutto alla realtà, non mostra particolari genialità. Di mercanzia comunque ve ne è molta, da un lento obliquo come "Black tangled heart", sempre sul punto d’esplodere, al furore nirvaniano via punk dell’aspra e spigolosa "Satin sheets". Un concentrato, comunque quasi sempre personale, di RATM, Soundgarden, Nirvana, addirittura briciole di Black Sabbath ed hardcore (su "Spawn again"), filtrato attraverso l’Australia ed una sana e santa esuberanza giovanile.
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