«GROWING PAINS - Mary J. Blige» la recensione di Rockol

Mary J. Blige - GROWING PAINS - la recensione

Recensione del 01 feb 2008 a cura di Sofia Santori

La recensione

Per chi avesse supposto che la struggente “No more drama” potesse aver chiuso una volta per tutte l’argomento “sofferenza e rivalsa” nella musica di Mary J. Blige, dovrà ricredersi.
Il nuovo album, infatti, riapre un capitolo che sembrava chiuso per sempre e tale scelta è annunciata sin dal titolo: “Growing pains”. Non si preannuncia come un buon inizio, forse perché saperla ancora tormentata dalla vita è un concetto che non si sposa bene con l’immagine di donna cresciuta e forte al quale ci aveva abituati.
Musicalmente il disco non presenta nulla di innovativo, anzi: pochi brani con un po’ di personalità tra le ben 19 tracce che lo compongono (come al solito, troppe); e anche tra questi gli unici degni di nota sembrano essere quelli in cui la cantante (che ha pur sempre una bellissima voce, questo è chiaro) è accompagnata da un ospite.
Gli artisti che affiancano la diva non sono certo scelti a caso, ognuno di loro è un eccellente rappresentante della propria categoria musicale. C’è Ludacris nel brano “Grown woman”, certamente il più accattivante di tutto l’album grazie alla voce ruvida del rapper. Sempre dal grande calderone del genere hip hop è stata pescata una grande fuoriclasse, Eve, che affianca Mary J. Blige in “Mirror”: la canzone non regge però le aspettative, visti i due nomi, e delude un po’ oltre ad annoiare.
C’è poi la collaborazione di Brook Lynn in “Nowhere fast”, che è molto orecchiabile e potrebbe essere definita la canzone “più radiofonica” del disco, ovvero l’unica con le caratteristiche adatte per farsi amare dal grande pubblico. Infine, in conclusione del disco, nel brano “Shake down”, ecco un altro duetto: Mary è accompagnata dalla voce di Usher. Anche in questo caso non è il talento degli artisti ad essere messo in discussione, bensì la qualità delle canzoni che hanno basi musicali scarne e melodie deboli, poco ricercate.
Tutti gli altri brani, da “Till the mornin” a “Roses”, passando per “Smoke”, “Stay down”, “Hurt again” eccetera, mancano di spessore. Qualcosa di nuovo sembra farsi spazio in “Talk to me”, ma il successivo “If you love me” compie nuovamente un passo indietro.
Sembra un album organizzato senza anima e senza cuore, non si respira quel trasporto emotivo (la sofferenza è solo nel titolo, non nelle interpretazioni) tipico dei lavori di Mary J. Blige: persino gli arrangiamenti con gli archi e gli assoli di pianoforte non commuovono.
Non è certo un brutto disco “in assoluto”, semplicemente non è una pubblicazione particolarmente memorabile: eppure i presupposti, i grandi artisti e le buone intenzioni c’erano tutte.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.