«IN RAINBOWS - Radiohead» la recensione di Rockol

Radiohead - IN RAINBOWS - la recensione

Recensione del 11 ott 2007 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Se la storia di un artista si valuta in base ai segni lasciati nel proprio tempo, i Radiohead, si possono dire pienamente soddisfatti.
Dopo aver creato una propria firma musicale a cui si sono ispirati gruppi di importanza mondiale come Coldplay e Muse, dopo essersi esclusi dal mainstream, dopo aver destrutturato la loro musica alla ricerca di nuove sonorità ispirate all'avanguardia, e dopo aver pubblicato in fretta e furia un album di protesta come “Hail to the thief”, anche in questo nuovo capitolo della loro discografia non hanno perso l'occasione di distinguersi dalla massa.
Così, a quattro anni di distanza dall'ultimo album, i Radiohead hanno scavalcato tutti i cliché delle grandi produzioni musicali: il settimo album (contando i soli dischi di inediti) è stato messo in vendita subito in download, ad un prezzo fissato dall'acquirente, a cui si aggiungerà a dicembre un Discbox di ben mezzochilo: due vinili, due CD, altre otto canzoni, foto, grafiche più fruibili grazie alle maggiori dimensioni; arriverà in dicembre a chi lo acquisterà al prezzo di 40 sterline.
Un brutto colpo per le major già destabilizzate dal sopravanzare del digitale, e un messaggio preciso dalla band di Oxford: il disco come oggetto d'arte, bello da possedere, ha un prezzo; un mucchietto di MP3 no.
E così, in attesa di rigirarci il Discbox tra le mani, è giunto finalmente il momento di goderci questo “In rainbows” almeno in formato digitale.
Solo dieci canzoni, il disco più breve dei Radiohead (appena 40 minuti), che mostra una band molto più rilassata, il cui unico scopo sembra voler dimostrare al mondo la propria naturale capacità di scrivere grandi canzoni. E così, a parte qualche accenno di elettronica, viene fuori il sound di una band compatta, a cui si aggiungono grandi arrangiamenti d'archi scritti da Johnny Greenwood, ormai con una carriera avviata come compositore.
Il disco si apre con “15 step”: una scarica di bit e beat, la voce stranita di Yorke e poi un bellissimo giro di chitarra che apre il brano. Tutto sommato una canzone pop che unisce il passato sperimentale con la rinnovata consapevolezza come band. “Bodysnatchers” è una canzone rock che inizia con chitarre filtrate e la voce di Yorke in estasi, per dilungarsi in una irrefrenabile coda psichedelica.
“Nude” è una delle canzoni più vecchie dei Radiohead, si aggirava tra b-side e bootleg con vari titoli come “Big ideas”, “Big boobs”, “(Don't Get Any) Big ideas” e anche “Failure to receive repayment will put your house at risk”. Finora se ne erano sentite versioni solo per voce e chitarra, mentre qui ad accompagnare il cantato c'è un bel giro di basso, la chitarra elettrica e la sessione d'archi: elementi che conferiscono quel pathos malinconico ed etereo che avevamo già sentito in brani come “Exit music” e “How to disappear completely”.
In “Weird fishes/ Arpeggi”, come si deduce dal titolo, gli arpeggi di tre chitarre portano in palmo di mano la voce di Yorke, mentre “All I need” è un brano molto semplice dalle venature scure accentuate da strani rumori di fondo che sale in un crescendo improvviso.
“Faust arp” è in assoluto l'unica canzone di cui non era trapelato alcun particolare. Parte come un brano acustico registrato in presa diretta, ma subito arriva l'accompagnamento dell'orchestra d'archi. Qui Yorke ripropone quel parlato-cantato utilizzato, seppur in modo più rabbioso, in “A wolf at the door”. “Reckoner” sembra il tentativo dei Radiohead di darsi al soul, il risultato è un bellissimo e divertente brano pop con l'intensità tipica dei cinque oxfordiani.
“House of cards” è una dolce e dilatata ballata circondata da strani suoni e delay di chitarra, mentre “Jigsaw falling into place”, presentata dal vivo con il titolo “Open pick”, è un brano uptempo che deve molto alle sessioni di “Hail to the thief”.
Come da tradizione, il brano che chiude ogni disco dei Radiohead è anche uno dei migliori, così è anche per “Videotape”, presentato in passato per piano e voce, e qui riproposto quasi immutato. La fragilità della voce dello stralunato cantante, aggiunta alle note di piano in crescendo formano una base emotiva a cui si aggiungono cori, effetti e una strana ritmica dando vita quasi ad un dolente gospel.
Così concludiamo il giro di un disco, che per noi e per il pubblico ha appena un giorno di vita, e che ascolteremo ancora mille volte, e magari quando a dicembre avremo in mano il Discbox sapremo valutarne meglio il valore.
Sta di fatto che, dopo tante evoluzioni musicali, i Radiohead hanno voluto fare un album di canzoni, canzoni che mostrano tutti gli spigoli e le facce della loro arte.

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