«GRINDERMAN - Grinderman» la recensione di Rockol

Grinderman - GRINDERMAN - la recensione

Recensione del 05 mar 2007 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

L'inizio di questo disco può essere una macchina del tempo, per qualcuno: una schitarrata, e la voce inconfondibile di Nick Cave che declama a modo suo “devo riniziare tutto da capo, scendere in cantina...”: per chi ha seguito la carriera dell'australiano fin dagli inizi, è un tuffo al cuore sentirlo urlare come ai tempi dei Birthday Party, o dei primi dischi con i Bad Seeds.
Per loro, ma anche per chi ha seguito Cave solo distrattamente o negli ultimi tempi, “Grinderman” è un disco da sentire: la dimostrazione della libertà creativa di uno dei più grandi nomi del rock.
Il titolo dell'album coincide con quello della band, che è una sorta di “progetto parallelo”, messo insieme con on due Bad Seeds (Martyn Casey e Jim Sclavunos) e con il fondatore dei Dirty Three Warren Ellis. Il nome, dicono le note, arriva da una canzone del bluesman Memphis Slim del 1941. Di blues, qua non ce n'è molto, non almeno in senso stretto. C'è del rock chitarristico e sporco, che filtra il cuore oscuro della musica del sud degli Stati Uniti con la rabbia del punk. Ci sono quei suoni che Cave ha sempre frequentato, più o meno: qualche volta, nei dischi più da “crooner”, li ha messi in secondo piano, ma non li ha mai dimenticati del tutto (si pensi, tanto per fare un esempio, alla chilometrica “Baby I'm on fire” su "Nocturama"). Qua, quei suoni prendono il sopravvento, grazie all'apporto tutt'altro che nominale dei tre compagni, e ad uno spirito di libertà e improvvisazione che permea tutte le canzoni, senza peraltro mai sfociare in quella sensazione da "cazzeggio in studio": insomma, “progetto parallelo” sì, ma non un disco senza senso come spesso capita in questi casi.
Certo, in diversi momenti i Grinderman calcano volutamente la mano: c'è chi potrebbe trovare anche inascoltabili alcuni passaggi dell'iniziale “Get it on” o di “No pussy blues”, con quelle chitarre così violente. Sta di fatto che la maturità di Cave riesce a dare una forma anche alle canzoni apparentemente più caotiche. Poi, in alcuni momenti riaffiora il Cave che conosciamo, come in “(I don't need you to) set me free” (uno dei pochi momenti se non l'unico in cui si sente distintamente il piano) o nella notturna “Man in the moon”.
E' intelligente, Cave: perché dopo il monumentale “Abbatoir blues/The lyre of Orpheus”, un disco definitivo e completo, sarebbe stato difficile anche per uno come lui non ripetersi. Così ecco che con i Grinderman sposta l'attenzione su un altro piano, provocando, spiazzando. I grandi si vedono anche da mosse come queste. “Grinderman” è un disco da ascoltare, per chi cerca della musica che non consoli, che eviti il quieto vivere. Non è il nuovo disco di Nick Cave (meglio andarsi a riscoprire qualcosa di vecchio, se siete alla ricerca di qualcosa di simile), ma ne ha tutto lo spirito e la forza.

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