«A WEEKEND IN THE CITY - Bloc Party» la recensione di Rockol

Bloc Party - A WEEKEND IN THE CITY - la recensione

Recensione del 28 feb 2007 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Ci sono dischi che fin dal primo ascolto lasciano a bocca aperta, fin dal primo ascolto travolgono tutto e si capisce benissimo che non usciranno dal lettore per molto e molto tempo. Spesso, per fortuna, la musica arriva dritta alle emozioni senza dire perché. E’ così e basta.
Questo è “A weekend in the city”, il nuovo disco dei Bloc Party. La formazione londinese torna a quasi due anni di distanza dal grandissimo successo di “Silent alarm”, disco d’esordio che conquistò innumerevoli consensi.
Una definizione che ben rappresenta la loro musica fu data da una rivista britannica che li definì “gli Strokes sotto anfetamina che incontrano i Cure”: coniugare il ballabile e la malinconia. Una cosa per nulla facile da fare, ma che a Kele Okereke e soci riesce splendidamente, in modo quasi naturale.
Il secondo capitolo discografico della band, prodotto da Jacknife Lee, si presenta con undici brani di altissimo livello, dal quale è veramente difficile estrapolare episodi che risaltino rispetto ad altri, da selezionare come esempio. Ecco allora “Hunting for witches” con il suo ritmo veloce e ballabile, il cui testo si confronta con un tema scottante come l’attentato che colpì Londra il 7 luglio 2005 e la successiva “caccia alle streghe”; “Waiting for the 7.18” prosegue sulla falsariga della precedente, con le chitarre a tagliare la melodia e finale esplosivo (“Let’s drive to Brighton on the weekend”). E’ un’atmosfera tesa ed in bilico quella che apre “On”, forse il brano più bello del disco: la voce di Kele diventa più soffice e canta d’amore (“You make my tongue loose, I am hopeful and stutter-free”) con una melodia malinconica che sembra esplodere e resta invece chiusa tra le sue labbra. “Where is home?” è uno degli episodi più impegnati dell’album, una canzone scritta da Kele per il cugino, ucciso a diciotto anni per motivi razzisti (“In every headline we are reminded that this is not home for us”). “Kreuzberg” è malinconia allo stato puro, nel ricordo di una serata e di un amore berlinese, mentre “I still remember” è forse il brano più pop del disco con il suo sapore orecchiabile e ballabile e le sue parole di puro e semplice amore (“I still remember how you looked that afternoon. There was only you”). In coda, tanto per non smentirsi fino alla fine, un altro pezzo pregiato come “SRXT”, ricordi e insicurezza cullati solo da una lenta chitarra, fino al muro di suono e le voci alla Sigur Ros che esplodono d’improvviso, travolgendo qualsiasi stato emotivo.
“A weekend in the city”, pur senza discostarsi troppo dalle sonorità dell’esordio, disegna un mondo nel quale si balla e allo stesso tempo si piange, dove l’impegno incontra il divertimento e la spensieratezza va a braccetto con la malinconia. Un mondo dove ci si emoziona. Cento di questi album.

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