«(PARENTHESES...) - Francoise Hardy» la recensione di Rockol

Francoise Hardy - (PARENTHESES...) - la recensione

Recensione del 23 gen 2007

La recensione

Solo una come la Hardy, a 63 anni più che mai un’icona transgenerazionale, poteva far convivere sotto lo stesso tetto (cioè nello stesso disco) Julio Iglesias e Ben Christophers, il romantico e un po’ fané seduttore latino dalla voce di velluto e l’introverso cantautore inglese che qualcuno apparenta a Jeff Buckley. Diversi come sono i due si tengono comunque a distanza, alloggiando in stanze separate e non comunicanti. Perché questo “Parenthèses”, l’ennesimo album di duetti della stagione, non è una di quelle occasioni in cui si prova a tirar gli ospiti per la giacca, forzandoli a mettersi in gioco in territori a loro poco familiari o a frequentazioni inconsuete. Iglesias insomma fa l’Iglesias, chi lo ama e chi lo detesta non cambierà parere di una virgola dopo averlo sentito modulare da par suo tra le pieghe di “Partir quand même” (lui e Françoise, tra l’altro, hanno lavorato a distanza, perché il bel Julio non s’è voluto muovere da Marbella). E Christophers si prende la licenza dell’unica canzone cantata in inglese, l’eterea e suadente “My beautiful demon” che stava già nel suo omonimo album di debutto datato 1999. La Hardy stessa l’ha definita la cosa più riuscita del disco, e io mi accodo al suo giudizio riservandomi più di una perplessità sul resto di un’operazione destinata più ai convertiti, si direbbe, che alle orecchie distratte del pubblico internazionale. Certo, c’è Alain Delon che recita con voce grave, stanca e rugosa su “Modern style” dello svizzero Jean Bart, ed è facile farsi suggestionare immaginando i due divi belli, sexy e corrucciati degli anni Sessanta che una vita dopo si ritrovano vis a vis tra le pareti di uno studio di registrazione. Ma gli altri nomi in cartellone (molti sono frequentatori abituali della Hardy) da queste parti dicono poco, e a dispetto del fatto che si tratti per lo più di personaggi polivalenti che sanno anche recitare, scrivere libri, comporre colonne sonore e frequentare la sperimentazione, qui se ne stanno tutti docili docili entro i recinti e le regole prestabilite. Prendiamo il pezzo d’apertura, quell’inno nazionale di riserva che è “Que reste-t-il de nos amours?” di Charles Trenet (tanto adorata anche dal nostro ex presidente del Consiglio). Buona l’idea di accoppiare al sussurro malinconico della Hardy la voce scura di un rocker maudit come Alain Bashung, uno che ha frequentato Gainsbourg ma anche Link Wray e Marc Ribot: eppure i due ci girano intorno con troppa circospezione, e quel che ne vien fuori è una lettura educata e gentile, convenzionale e politicamente troppo corretta per lasciare il segno. C’è anche un delicato quadretto di famiglia, Françoise, il marito Jacques Dutronc e il figlio comune Thomas (elegante chitarrista jazz) alle prese con un vecchio pezzo di repertorio del cantautore ormai in pensione: con un senso di complicità e di intimità domestica che ha più significato per loro, probabilmente, che per chiunque altro. In vena di revival la Hardy tira fuori dal cassetto anche un suo vecchio pezzo dimenticato di fine anni ’60, “La rue du Babouin”, scritta allora insieme con Michel Fugain (quello di “Une belle histoire”, “Un’estate fa”) e adesso cantata in coppia con la belga (e brava) Maurane; mentre l’unica altra partner femminile del progetto, Hélène Grimaud, scandisce col suo pianoforte classico il vecchio valzer di Brahms trasformato in “La valse des regrets”. Nessuna sorpresa, però, nessun vero guizzo: tra il quasi novantenne, inossidabile Henri Salvador (ancora splendida la sua voce in “Le fou de la reine”) e il trentenne Arthur H (“Les sédiments”, sottile e inquieta: un altro punto alto del disco), glorie nazionali come Alain Souchon (“Soleil” è un vecchio classico Hardy di fine anni ’60) ed esponenti della nouvelle chanson come Benjamin Biolay, il compagno di Chiara Mastroianni, quasi non ci si accorge della differenza e tutto scorre tranquillo, lasciando impronte lievi e passeggere. Anche i bravi collaboratori di Françoise, Alain Lubrano ed Erick Benzi, non vanno molto al di là di un calligrafico compitino, negli arrangiamenti e nella produzione: e in fin dei conti il disco assomiglia davvero a una sequenza di parentesi, come il titolo involontariamente suggerisce. Ha sempre più charme di tutte le Carla Bruni di questo mondo, la Hardy, ma questo suo album è troppo fragile per restare tra i cadeau natalizi da ricordare.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Que reste-t-il de nos amours? con Alain Bashung
02. Modern style con Alain Delon
03. Amour toujours, tendresse, caresses, con Jacques Dutronc
04. Partir quand même con Julio Iglesias
05. My beautiful demon con Ben Christophers
06. Soleil con Alain Souchon
07. Cet enfant que je t’avais fait con Rodolphe Burger
08. Le fou de la reine con Henri Salvador
09. Les sédiments con Arthur H
10. La rue du Babouin con Maurane
11. La valse des regrets con Hélène Grimaud
12. Des lendemains qui chantent con Benjamin Biolay
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