«DUETS - Tony Bennett» la recensione di Rockol

Tony Bennett - DUETS - la recensione

Recensione del 15 dic 2006

La recensione

Non hanno ancora raggiunto il livello di guardia dei greatest hits, è vero, però gli album di duetti (che sono spesso e volentieri anche dischi di cover…) stanno diventando un altro cul de sac del mercato discografico povero di novità, di buona musica, di idee. Servono, non sempre ma spesso, a ridar lustro a un artista glorioso da tempo assente o un po’ appannato, a riverniciargli l’immagine mettendogli intorno i nomi trendy o di richiamo del momento (che, data la statura del personaggio, accorrono in massa senza fare problemi), a stimolare l’attenzione dei media e a confezionare un disco in tempi rapidi senza prendersi la briga di trovare un nuovo repertorio decente; l’effetto collaterale desiderato è che magari i seguaci di questo o quell’ospite si appassionino alla musica del vecchio eroe o quanto meno comprino il cd spinti da puro desiderio di completezza collezionistica. Ecco due esempi illustri, il settantunenne Jerry Lee Lewis e l’ottantenne Tony Bennett. Entrambi sopravvissutti, o “Last men standing”, entrambi “American classic”, cosicché i titoli dei rispettivi album sarebbero tra loro interscambiabili. Attorniati tutti e due da un battaglione di ospiti illustri (e, caso strano, senza nessuna sovrapposizione), rifanno qui quel che sanno fare e hanno sempre fatto: rock’n’roll incendiario il primo (si veda la copertina), che da tempo immemorabile non registrava un disco così pimpante, swing pop orchestrale e vellutato il secondo, l’alter ego di Sinatra rimasto solo a reggere la fiaccola dei crooner d’antan. E’ il pregio ma anche il limite di entrambe le operazioni. Lewis il “killer”, corde vocali arrugginite da una vita spesso oltre misura e sopravvissuta a quella degli altri membri del leggendario Million Dollar Quartet (Elvis, Johnny Cash e Carl Perkins), conserva una personalità così debordante da schiacciare i suoi accompagnatori, si chiamino Bruce Springsteen o Neil Young, Eric Clapton o B.B. King. Mentre Bennett fa lo struscio tra la Fifth Avenue e Broadway, lui scorrazza ancora sulla Wild Side e sulle strade polverose di campagna, macinando col suo piano boogie tutto quel che gli si para di fronte: rock’n’roll, naturalmente, ma anche blues e country (ce n’è parecchio, in questo disco, grazie alla presenza di Merle Haggard, George Jones, Willie Nelson e Toby Keith molto appetibili per il pubblico americano). Le poche volte che mette il naso in altri territori o in altre epoche, come in “Twilight” di Robbie Robertson e nel celtic soul di Van Morrison (“What makes the Irish heartbeat”, con la voce di Don Henley e la cornamusa irlandese di Paddy Moloney dei Chieftains) sembra quasi uno stranger in a strange land, un forestiero un po’ disorientato in una terra a lui sconosciuta. La sua versione della beatlesiana “I saw her standing there” con l’altro vecchio giaguaro del piano rock, Little Richard, fa tenerezza per quanto è asfittica e Kid Rock, in una goffa “Honky tonk woman” (perché ha perso il plurale? Cambiamento voluto o svista clamorosa?), non si trattiene dallo scimmiottare David Lee Roth e Axl Rose. Viceversa viaggiano a mille la “Travelin’ band” di e con John Fogerty e la “Sweet little sixteen” di Chuck Berry (con Ringo Starr), e non si sentivano da tempo un Jimmy Page e un Mick Jagger così in palla: il primo fluido e aggressivo in “Rock and roll”, Zeppelin in viaggio a ritroso verso i Sun Studios di Memphis, il secondo (con Ronnie Wood al fianco) sfavillante in una impeccabile ballata bluesy da juke joint recuperata dall’album solista “Wandering spirit”, 1993. “Last man standing” suona convenientemente ruvido e vintage, il protagonista (come sottolinea il grande Peter Guralnick nelle note di copertina) ci mette tutti i suoi “yips, yeps, yodels, and roars”, ma il momento più sincero e toccante arriva in fondo quando, dopo averla cantata con l’autore Kris Kristofferrson, Jerry Lee ripete a mo’ di epitaffio la frase chiave di “The Pilgrim”: “Dal dondolìo della culla al rollìo del carro funebre/gli alti (della vita) sono valsi i bassi”.
Bennett si mette molto meno in gioco, e del resto di tutt’altra pasta d’uomo si tratta: accompagnato dal suo impeccabile quartetto e da una scintillante orchestra tira fuori dalla manica dello smoking assi invincibili come “Smile” e “The very thought of you”, “The boulevard of broken dreams” e “I left my heart in San Francisco” (dove dialoga col piano jazz di Bill Charlap) “The good life” e “For once in my life”, gigioneggia con Barbra Streisand e lascia sfogare (troppo) Stevie Wonder, chiama a raccolta superprofessionisti dell’ugola (Elton John, Billy Joel, George Michael) e giovani che amano cantar classico (Michael Bublé, John Legend), con un pizzico di immancabile latino (Juanes), qualche bella voce femminile (la Dion, k.d. lang, Diana Krall presente con l’immancabile marito Elvis Costello), un ottimo McCartney e un Bono che quando partecipa ai tributi riscopre un tatto e una misura che dimentica spesso nei panni di leader degli U2. Ma l’idea, nell’un caso e nell’altro, dove sta? Meglio, allora, il recente disco di duetti della Mannoia, “Onda tropicale”, dov’è lei a farsi “brasiliana”” e a dare senso compiuto al progetto. Riassumendo: stiamo parlando di due dischi piacevoli e di classe? Certo che sì. Diventeranno capisaldi imprescindibili delle rispettive discografie? Credo proprio di no, a differenza di quel che accadde con gli ultimi dischi di un Johnny Cash al tramonto esistenziale: ma lì dentro c’erano carne, sangue, spirito e, appunto, un’idea forte e originale (e forse anche con Jerry Lee, vita altrettanto turbolenta e a tutto tondo, si poteva osare qualcosa in più). Prendiamoli per quel che sono, grazie. Però adesso basta, cari discografici, pensate a qualcos’altro e Dio ci liberi dai duetti.

(Alfredo Marziano)

Jerry Lee Lewis – Last man standing-The duets:

TRACKLIST

01. Rock and roll con Jimmy Page
02. Before the night is over con B.B. King
03. Pink cadillac con Bruce Springsteen
04. Evening gown con Mick Jagger e Ronnie Wood
05. You don’t have to go con Neil Young
06. Twilight con Robbie Robertson
07. Travelin’ band con John Fogerty
08. That kind of fool con Keith Richards
09. Sweet little sixteen con Ringo Starr
10. Just a bummin’ around con Merle Haggard
11. Honky tonk woman con Kid Rock
12. What’s made Milwaukee famous con Rod Stewart
13. Dont’ be ashamed of your age con George Jones
14. Couple more years con Willie Nelson
15. Ol’ glory con Toby Keith
16. Trouble in mind con Eric Clapton
17. I saw her standing there con Little Richard
18. Lost highway con Delaney Bramlett
19. Hadacol boogie con Buddy Guy
20. What makes the Irish heart beat con Don Henley
21. The pilgrim con Kris Kristofferson
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