«BEAUTIFUL WORLD - Take That» la recensione di Rockol

Take That - BEAUTIFUL WORLD - la recensione

Recensione del 14 dic 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Si può essere una boy band a trenta, trentacinque anni suonati? No. I Take That lo sanno bene. E sanno bene che però quella è la loro nomea, la loro fama, la loro fortuna e anche la loro condanna. I quattro superstiti (perchè ovviamente Robbie Williams non c'è) sanno bene che uno senza l'altro valgono poco e nulla: nessuno ha mai sfondato da solo, neanche Gary Barlow, che è un buon autore di canzoni, neanche Mark Owen che era ritenuto il più carino del gruppo.
Però se oggi i Take That sono di nuovo dei numeri 1 è grazie a quel passato, alla nostalgia di dieci anni fa e ai fan di allora, che hanno reso il loro tour inglese di reunion della scorsa estate un successo, e che ora hanno spedito ai primi posti questo nuovo disco di inediti, “Beautiful world”. I Take That sanno che, quando sono su un palco, devono fare qualche balletto, nonostante la presenza non sia più quella di una volta, e gli esiti – va detto – sono abbastanza imbarazzanti: il recente concerto milanese per un tv musicale era significativo, e se ve lo siete perso fatevi un giro su youtube.com, dove trovate filmati in abbondanza, al proposito.
“Beautiful world” è un più che dignitoso disco di pop. Canzoni melodiche, corali, che spesso insistono sulle ballata, un genere che i Take That hanno spesso praticato e che adesso diventa quasi inevitabile: loro sono cresciuti, è cresciuto il loro pubblico, e “Beautiful world” cerca di mostrare un processo di crescita simile a quello che ha avuto Robbie Williams fuori da i Take That. Il singolo “Patience” è il migliore esempio di questa scelta stilistica, che si ripercuote anche sui brani più movimentati, come l'iniziale “Reach out”, un buon esempio di pop-rock da radio FM americana.
Se uno non avesse in mente il loro passato, o quei balletti che ancora fanno, tutto filerebbe liscio: un disco onesto, con qualche pregio (buone canzoni, buoni arrangiamenti) e qualche difetto (un po' di ripetitività, e la ripartizione delle parti vocali che sembra studiata con il bilancino). Invece, il tutto risulta ancora un po' contraddittorio, perchè non è chiaro se i Take That vogliono guardare avanti o indietro. Almeno in questo dovrebbero imparare dal loro ex-compagno Robbie Williams, che ha lavorato sodo per rifarsi una nuova identità. Se i Take That vogliono diventare qualcosa di più di una ex-boyband che si riunisce per soldi devono fare come lui, e osare di più di quanto fanno in “Beautiful world”.

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