«BEST 2006 - Enzo Jannacci» la recensione di Rockol

Enzo Jannacci - BEST 2006 - la recensione

Recensione del 13 dic 2006

La recensione

Attenzione, il titolo è fuorviante. Nel senso che questo doppio cd è diverso dalle innumerevoli antologie di colleghi cantautori che hanno invaso quasi contemporaneamente i negozi: se di “meglio” sempre si tratta (scelto dallo stesso autore, e con le immancabili assenze importanti che possono far discutere), è stato però sottoposto a operazione chirurgica dal “dottore”, che lo ha ricantato tutto ex novo facendoselo affettuosamente riarrangiare dal figlio Paolino (“che mi ha guardato cantare come fossi io il figlio”, ci ricorda il testo di “Lettera da lontano”). Insomma, chi non ha già in discoteca i classici potrebbe sentirsi un po’ defraudato. Perché i classici sono tali, appunto, non solo per qualità intrinseche della melodia e della composizione, ma anche perché catturati in studio in quel modo, in quel particolare momento, con quella voce e quel “suono” rimasti impressi nella memoria di noi tutti. Prendiamo “Vengo anch’io no tu no”, che Jannacci junior infiocchetta di tamburi da giungla africana in puro stile Duke Ellington Orchestra e di ottoni scintillanti da Cotton Club: bello ed elegante, certo, però la follia arruffata dell’originale era un’altra cosa. Lo stesso si potrebbe dire per “El purtava i scarp del tennis” o “Giovanni telegrafista”, molto meno nevrotica e fin troppo educata con quel mantello morbido di bossa nova; non, per fortuna, per titoli altrettanto famosi come “Quelli che…”, una canzone ad elastico, un puzzle blues da scomporre e rimontare come si vuole (dentro ora ci stanno anche Moggi e le nuove smanie salutiste degli italiani).
Come in ogni best che si rispetti ci sono sorprese e inediti. Tutti hanno naturalmente puntato le orecchie sul duetto tra il dottore e l’avvocato, la storia succulenta di Jannacci che va a trovare Paolo Conte ad Asti, e i due insieme si inventano jammando una “Bartali” sghemba e tanguera che parte traballando in surplace per poi scattare forte sui pedali verso lo sprint finale: curiosa ma azzeccata, con i due che cantano a mezza via “tra il salmodiare dei frati e l’asincronia degli ubriachi” (lo scrive Gianni Mura nelle eccellenti note di copertina). Ci sono tre pezzi sconosciuti e nuovi di pacca, e se “Il ladro di ombrelli” è una nuvoletta leggera, “Mamma che luna che c’era stasera” è stra-lunata e poetica e “Rien ne va plus”, con quel suo amarissimo disincanto (“Brutta puttana che è sta vita”), è il nuovo manifesto esistenziale di Jannacci padre: e peccato che Paolo, enciclopedico e altrove impeccabile, qui non abbia osato oltre una confezione sonora troppo standard.
Di bello c’è che l’Enzo recupera tanti frammenti dimenticati, i vecchi dischi Jolly Joker in dialetto di metà anni ’60 (“Milano 3.6.2005” ha riaperto evidentemente una porta), articoli di magazzino solo in apparenza minori, canzoni incespicate immeritatamente in accidenti sfortunati. Ed ecco “Soldato Nencini”, fulminante quadretto sulla solitudine della naja e dello sradicamento, ecco il disertore in punto di morte di “Sei minuti all’alba”, il folk lirico e solenne di “Sfiorisci bel fiore”, la malinconia delicata di “Donna che dormivi” (“A dona che te durmivet””, interamente tradotta dal milanese all’italiano) e quella dolorosa de “Il duomo di Milano”: fatele ascoltare a chi pensa ancora a Jannacci soltanto come a un cappellaio matto, al cabarettista surreale amico di Dario Fo e Cochi e Renato (c’è anche quello naturalmente: “E la vita la vita”, “Veronica”, “Cesare”….). C’è un pezzo vecchio di quarant’anni firmato Chico Buarque de Hollanda, tradotto da Sergio Bardotti e mai inciso prima: si intitola “La costruzione”, è una rasoiata lancinante che racconta (proprio in questi giorni…) di una “morte bianca”, di un tragico incidente sul lavoro come una vertigine, con una crudezza poetica e un pathos inarrivabile. Vale la spesa quasi da sola. Ci sono, evidenti, le parentele con i cantautori suoi contemporanei o quasi (Gaber, il De André ricantato in “Via del campo”) ma anche con quelli di generazioni successive (per metrica e stile “Fotoricordo…il mare” ricorda piuttosto un Rino Gaetano o un proto-Vasco Rossi). C’è tutta, o quasi, la sua vivace, dolente galleria di emarginati e perdenti, di zingari e balordi, piccoli delinquenti e poveri cristi che inseguono amori in balera e in periferia (“Andava a Rogoredo”). Antiquariato? No, perché se i telegrafi non si usano più, le latterie sono quasi scomparse, le fabbriche chiudono e i terroni non vengono più su al Nord come una piena, guerre, miseria, migrazioni ed emarginazioni sono sempre lì, oggi “che di lavoro non ce n’è” e “l’avvenire è un buco nero in fondo al tram” (“Io e te”, bellissima). Le canzoni più recenti, “L’uomo a metà”, “Lettera da lontano”, la feroce e strabordante “Come gli aeroplani”, esprimono rabbia, disillusione, indignazione civile e politica. Ma ancora di più vale la voce e la capacità di interprete di questo Jannacci settantenne, che ci stringe il cuore senza cercare l’effettaccio strappalacrime quando ricanta splendidamente quel monumento che è “Vincenzina e la fabbrica” (complimenti anche a junior) o ci strazia con “La fotografia” dal Sanremo di qualche anno fa; usando quelle parole che solo lui sa acchiappare così al volo dal linguaggio della gente e dal cielo sopra di noi, per cui è bello allo stesso modo “quando tace il water/ quando ride un figlio/quando parla Gaber” (“Se me lo dicevi prima”). In molti lo sanno già: le canzoni di Enzo Jannacci sono diverse dalle altre, piene di dolore e di umanità, di rabbia e di sberleffo, di delicatezza di sentimenti e di solidarietà con i più deboli, di vigliaccherie ed eroismi quotidiani. Cose di cui è fatta la vita, insomma. Che ti affascina come una “bella fontana” per poi rivelarsi “una brutta puttana” (“Rien ne va plus”). Come ci si sente, gli abbiamo chiesto impudicamente qualche giorno fa, ora che Gaber, Bindi, Endrigo e anche Lauzi se ne sono andati? Più soli? “No, ancora vivi”, ci ha risposto con un fremito e una smorfia amara.

(Alfredo Marziano)
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