Nel carcere di Bollate il rap può rendere persone migliori
Un palco allestito nel cortile del carcere di Bollate, tutto intorno le mura dell’istituto penitenziario. Dalle celle, tra le sbarre, qualcuno si affaccia per capire cosa stia succedendo, mentre la musica attraversa gli spazi e risuona tra i corridoi. È qui che viene presentato "30 Op", un album nato dentro il carcere milanese, frutto di due anni di lavoro, e capace di trasformare la musica in uno strumento di espressione, confronto e possibilità di miglioramento personale. Jan, in arte BlackBaby 64, rappa di voler volare libero come Michael Jordan, Youssef, con la maglietta "Save Gaza", fa barre irriverenti, Antony, che come nome da rapper ha scelto Lemillion, fa musica più emotiva, a fine canzone abbraccia il padre, che è lì per l’occasione, e insieme si commuovono. Gringo sputa barre e strappa le etichette, non vuole sentirsi un criminale per sempre.

Alcuni di loro sono ancora detenuti, altri sono rientrati da liberi per chiudere il cerchio del progetto con i propri compagni. Come ospiti speciali, a fine live, per spingere l’uscita dell’album, che si può ascoltare da oggi su Spotify per Attitude Recordz e distribuito da Altafonte Italia, ci sono Ensi, Nerone, Nitro e Mic Tyson. Il concerto è stato organizzato e finanziato da Me Next Agency, con il supporto della Cooperativa Articolo 3, che promuove il rap come forma di riscatto sociale. È un live che lascia senza fiato e fa riflettere, non solo per dove e come avviene, ma per la forza emotiva che fa emergere. Qui la musica non è il numero dei Dischi di Platino ottenuti, annunci di sold out, classifiche o playlist, ma fa letteralmente rima con “speranza”, è una mano tesa a chi ha visto la propria vita avere delle crepe e, in certi casi, perfino sgretolarsi.

“Il carcere deve dare opportunità e stimoli. Deve rieducare e inserire nuovamente. Non significa prendere una persona e chiuderla a chiave. Questo è un momento drammatico per gli istituti penitenziari: c’è il problema del sovraffollamento e ci sono tutte le problematiche che conosciamo. Ma esistono anche realtà come quella di Bollate, dove è possibile portare avanti attività artistiche, culturali e musicali, nate anche da una richiesta degli stessi detenuti. Sono attività che possono cambiare totalmente la traiettoria delle persone che arrivano qui”, spiegano Paola Villani, Federica Parodi e Chiara Maffioletti della Cooperativa Articolo 3. "30 OP" è un disco registrato all'interno di uno studio, dentro Bollate, allestito e gestito dagli stessi detenuti, che hanno lavorato sulle canzoni insieme a Stefano “Stelo” Aschieri, produttore e direttore artistico. I testi sono il frutto di un percorso rieducativo: contengono parole di speranza e di rinascita, ma anche versi più corrosivi e diretti, senza però alcun incitamento alla vita criminale. Il disco arriva a due anni di distanza da un altro progetto analogo, "Mezz'ora d'aria", e rappresenta il raggiungimento di un obiettivo importante per i detenuti che vedono così uscire dalle celle i propri pensieri.

“Scrivere, in un posto come il carcere, significa avere uno spazio per riflettere, per andare avanti, per darsi nuove possibilità. Ma è soprattutto un segnale: quando qualcuno ti permette di fare musica e di scrivere canzoni, ti sta trattando come una persona, ti sta dando fiducia. E per chi si trova qui dentro quella fiducia ha un valore enorme – dice Jan, prima di salire sul palco - mi capita spesso di pensare che le chiavi dello studio di registrazione me le consegna un poliziotto: che senso avrebbe, allora, insultare la polizia nelle canzoni o continuare a raccontare la vita criminale? Il rap, qui, è prima di tutto una questione di fiducia”. A confermarlo è anche Anthony: “Ho iniziato a scrivere perché Jan mi ha trascinato dentro questo percorso. E quello che dice sulla fiducia è verissimo. Quando sono entrato qui piangevo, come succede a tanti, a tutti. Poi, dopo diversi anni passati in carcere, a sei mesi dalla mia uscita, mi sono ritrovato a piangere di nuovo quando ho saputo che la mia ragazza mi aveva lasciato. Jan mi ha spinto a scrivere, a tirare fuori quello che avevo dentro. All'inizio erano soprattutto rabbia e sentimenti molto forti, poi, con il tempo, i testi sono diventati più aperti e hanno iniziato a raccontare anche altre dinamiche. La rabbia finisce per lasciare spazio ad altro quando trovi qualcuno disposto a darti fiducia”.
Il titolo del progetto, “30 Op”, ricalca esattamente questo spirito. “Prende spunto dall’articolo 30 dell’Ordinamento Penitenziario, relativo ai permessi di necessità - svela Stelo - nel percorso del progetto, però, l’acronimo O.P. evolve simbolicamente nel termine “opportunità”: l’opportunità data ai ragazzi detenuti di sperimentarsi attraverso la musica, sviluppare competenze, assumersi responsabilità e costruire un linguaggio per raccontare la propria esperienza. Da qui nasce un album che non costruisce personaggi e non cerca di rendere più semplice o spettacolare la realtà della detenzione”. Il carcere non è un gioco e il mito del gangster non coincide con la realtà della detenzione”. “I brani raccontano il peso delle decisioni, la solitudine e le difficoltà che possono accompagnare una persona anche dopo la fine della pena, ma soprattutto parlano della possibilità di acquisire consapevolezza, sviluppare nuovi strumenti e immaginare una direzione diversa”, conclude Stelo.
Bollate è una struttura che, come raccontano gli stessi detenuti, presenta un grado di vivibilità più alto rispetto ad altri istituti penitenziari. Qui è possibile portare avanti laboratori, attività culturali e artistiche. La musica, in carcere, non è sempre così incentivata, e la possibilità di sviluppare progetti come "30 Op" nasce anche dalle opportunità messe a disposizione da chi lavora all'interno dell'istituto e dalla direzione. “Sono felice che eventi di questo tipo dimostrino ancora una volta quanto il lavoro costante con il territorio e con la comunità esterna possa dare senso e utilità alla pena, soprattutto per i ragazzi più giovani - commenta Giorgio Leggieri, direttore del carcere di Bollate - progetti musicali come questo, vicini alle loro passioni, ci permettono di stimolare e far crescere le loro competenze, e rappresentano un ulteriore passo nel percorso di sviluppo delle attività professionalizzanti dell'Istituto”.