«HALF THE PERFECT WORLD - Madeleine Peyroux» la recensione di Rockol

Madeleine Peyroux - HALF THE PERFECT WORLD - la recensione

Recensione del 06 dic 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dopo Norah Jones e Diana Krall, fare la cantante jazz-pop è davvero difficile. Il rischio è quello di essere scambiati per qualcos'altro, per una che insegue il grande pubblico o emozioni facili, per ci il jazz solitamente non lo ascolta.
Questo rischio lo corre, eccome, anche Madeleine Peyroux. Non importa che abbia un curriculum di tutto rispetto, che il primo disco (“Dreamland” del 1996, a cui seguì una lunga pausa) lo abbia inciso con signori musicisti della scena di New York, da Marc Ribot a Cyrus Chestnut. Superficialmente, l'operazione è una via di mezzo tra la Krall e la Jones: un repertorio che pesca tra standard, originali e classici del pop-rock, grandi musicisti, suoni puliti e “sofisticati”. La Peyroux ha dalla sua una voce particolarissima, molto alla Billie Holyday, che asseconda con arrangiamenti molto retrò. Questo particolare la mette al riparo da una somiglianza eccessiva con le colleghe, ed il risultato, sopratutto su questo “Half a perfect world” è decisamente migliore. Non siamo però all'”Instant classic” decretatato dall'autorevole rivista Mojo, che ha dato al disco ben 5 stelle. Anzi, ne siamo lontani: “Half a perfect world” è un buon lavoro, perfetto per questa stagione autunnale/invernale, e discreto nel rispolverare classiconi come “River” di Joni Mitchell, cantata insieme a k.d. lang, per fortuna senza quell'algido distacco che aveva permesso a Diana Krall di massacrare “A case of you” (entrambi i brani arrivano da “Blue”, il capolavoro della Mitchell). Certo che vedere nella tracklist “Everybody's talkin” di Fred Neil (resa famosa da Harry Nilson per “Un uomo da marciapiede”) e “(Looking for) The heart of saturday night” di Tom Waits fa venire i brividi, perché ci vuole coraggio a misurarsi con pietre miliari del genere. La Peyorux ne esce fuori dignitosamente, giocando sul minimalismo interpretativo, anche se alla fine rischia di rimanere un po' fredda pure lei.
“Half a perfect world” è un buon disco, che si inserisce suo malgrado in un filone di gran successo, e da cui comunque eredita i suoi principali difetti. I pregi maggiori stanno invece nella chiave interpretativa, decisamente più personale di quella delle “concorrenti”. Insomma, se non vi piace il genere, girate al largo. Se invece lo apprezzate, “Half a perfect world” è un disco da avere.

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