«OFFICINE MECCANICHE - Le Vibrazioni» la recensione di Rockol

Le Vibrazioni - OFFICINE MECCANICHE - la recensione

Recensione del 05 dic 2006 a cura di Paola Maraone

La recensione

Secondo una consuetudine Seventies s’intitola “Officine meccaniche” perché è stato registrato - su nastro analogico e non digitale, by the way - negli studi milanesi che portano questo nome, tra le più grandi sale di registrazione esistenti in Italia grazie alla dedizione di Mauro Pagani. Nei mesi in cui le “Officine” hanno fatto da casa a Francesco Sarcina e ai suoi soci si è assistito a una trasformazione progressiva e inarrestabile nel look dei componenti del gruppo, che sono “trascurati” facendosi crescere barba e capelli fino ad assomigliare un po’ più a star maledette e un po’ meno a “bravi ragazzi che di mestiere, guarda caso, fanno dischi”. Nulla di studiato a tavolino, giura il leader del gruppo: è che se si pensa alla musica, quella prende il sopravvento sul resto. E quindi non ci si rade, e la barba cresce.
Com’è cresciuta, metaforicamente, attorno alle canzoni di questo album: che sono – pur restando nel vecchio stile “Vibra” che ha fatto conquistare alla band innumerevoli fan – un po’ più sporche, e un po’ più adulte, rispetto ai lavori del passato.
Vivaddio. Si dice che la transizione all’età adulta sia, o possa essere, un passaggio estremamente doloroso e necessario; alla Fossati, un po’ come la “Costruzione di un amore”, è roba che “spezza le vene delle mani”. Non sappiamo quanto consapevolmente Le Vibrazioni, che certo non possono più considerare se stessi unicamente idoli dei teenager, abbiano affrontato questo passaggio. Qualche lutto l’avranno pur avuto (pensiamo per esempio al cambio di management del gruppo), qualcosa di spiacevole – di adulto – sarà, nel frattempo, accaduto. Ci sembra di notarlo qua e là, tra le righe di queste canzoni che appunto suonano più “sporche”. Certo Le Vibrazioni non potranno mai somigliare a Tom Waits, la voce di Sarcina e anche il suo cuore vanno in tutt’altra direzione. Ma l’idea è che ci sia stato, da qualche parte, un giro di vite.
Dovendo fare dei paragoni vien da dire che in “Officine meccaniche” c’è tanta psichedelia, tanto rock anni Settanta, tanti Pink Floyd (a partire dal triangolo rovesciato sulla copertina del cd). Un po’ del vecchio funky (“Sai”), una buona dose di musica commerciale e radio friendly che non guasta (“Se”), qualcosa di più cupo e vagamente ossessivo (“Portami via”), qualcosa di cui, francamente, non si sentiva in alcun modo la mancanza (“L’altro giorno che verrà”, “Eclettica”). Sottotraccia s’intuisce che il lavoro dietro questo album è stato davvero tanto, che ci siano dello spessore, della ricerca. Se in Italia ci sono dei veri musicisti, della categoria Le Vibrazioni fanno certamente parte. Nonostante l’allure fighetta, che ad alcuni, a tratti, potrebbe apparire assai fastidiosa, si vede che non sono dei pupazzi nelle mani dei discografici. Accanto alla predilezione del momento, quella per i registratori a bobina e gli amplificatori a valvole, anzi: prima di questa predilezione, c’è senz’altro una predilezione assai più essenziale, quella per la musica.
Chi la ama davvero sa che è (anche) studio e fatica. Le Vibrazioni lo sanno. Un appunto sui testi: forse Sarcina potrebbe risolversi ad ampliare la rosa dei suoi collaboratori. Perché alcuni sono troppo ermetici, altri troppo banali: maggior equlibrio, da questo punto di vista, non guasterebbe.

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