«UNDER THE IRON SEA - Keane» la recensione di Rockol

Keane - UNDER THE IRON SEA - la recensione

Recensione del 16 giu 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il secondo, difficile disco: è una prova dura per tutti, sopratutto se al primo disco hai fatto il botto. Sopratutto se hai avuto un successo e un supporto trasversale, che è andato dalla (volubile) stampa inglese al grande pubblico. Ai Keane è successo questo e anche di più: “Hopes&fears”, il loro disco di esordio, ha messo d'accordo tutti, compresa una importante compagnia telefonica che per un po' ci ha tormentato inserende “Everybody's changing” in un suo spot. Merito sopratutto della formula inconsueta di questo trio: niente chitarre, solo batteria, piano elettrico e melodia, con un pop fresco e gradevole che guardava agli anni '80 ma senza esseere un plagio.
Difficile andare avanti, dopo un esordio così: il successo rischia di schiacciarti (e infatti i Keane hanno confessato nelle interviste – anche a Rockol, vedi news - di essere arrivati quasi allo scioglimento per la tensione), e la formula che ti ha dato il successo rischia di diventare una gabbia.
“Under the iron sea” è il risultato di questo processo. I Keane non sono più i tre timidi ragazzini di provincia che un paio di anni fa arrivarono a Milano e, in un piccolo locale fecero da terza spalla ad altri due gruppi che oggi nessuno si ricorda più, mangiandoseli vivi con la loro energia. Il recente concerto al Rolling Stone di Milano (un tour europeo pre-pubblicazione) ha suscitato qualche dubbio già latente nella fase del successo maggiore, cioè che i ragazzi stessero peccando un po' di troppa ambizione: una scaletta scomposta, e qualche posa di troppo sul palco. Il disco, per fortuna, smentisce questi dubbi: “Under the iron sea” è un buon lavoro, che cerca di rinnovare i suoni della band pur senza perdere in identità. Ne è la prova evidente il brano migliore del disco, il singolo “Is it any wonder?”, una perfetta rock song che sembra suonata con le chitarre degli U2 (e invece è sempre il piano). Non tutto però è a questo livello. Da un lato ci sono splendidi esercizi di pop come “Put it behind you”, o “Crystal ball”. Dall'altro sperimentazioni meno convincenti come l'iniziale “Atlantic”, troppo appesantita dagli arrangiamenti.
Un buon disco, si diceva. Il suo difetto maggiore nell'inevitabile minor freschezza dell'esordio. Il suo miglior pregio è che, quando non esagerano, i Keane continuano a scrivere grandi canzoni pop, piacevoli ma mai ruffiane come spesso capita a certi loro conterranei. Scusate se è poco.

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