«CATCH FLAME! - LIVE - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - CATCH FLAME! - LIVE - la recensione

Recensione del 14 giu 2006

La recensione

E’ di nuovo ora di festeggiamenti, per il giovanile padre putativo di tante pustolose guitar band d’oltre Manica. In patria è sempre un’icona, gli ultimi dischi hanno messo a tacere certi mugugni della critica e anche nel resto del mondo i suoi concerti sono tornati ad essere affollati come ai bei tempi. Con l’ennesimo colpo di reni, insomma, Paul Weller s’è rimesso una volta ancora in carreggiata. In questo live registrato nel dicembre del 2005 gioca in casa (all’Alexandra Palace di Londra, un luogo simbolico per il rock anglosassone), ma anche chi lo ha visto in azione l’anno scorso dalle nostre parti si trova tra le mani un bel souvenir, con una scaletta quasi identica a quella delle date italiane dello scorso ottobre, 23 titoli che sorvolano la Woking suburbana dei Jam e i caffè parisienne degli Style Council, la riscossa di “Wild wood” e di “Stanley Road” (molto citati) e le cose migliori di dischi “minori” come “Heavy soul” e “Illumination”. Sembra, per certi versi, di ascoltare un concerto degli anni ’70: suono crudo, vintage e cocciutamente antitecnologico (senza alcun intervento correttivo, si direbbe, in postproduzione), molte chitarre (quelle di Weller e del versatile Steve Cradock) sostenute dall’implacabile stantuffo ritmico di Steve White e Damon Minchella, stringatezza post punk e citazioni da storia del rock, il beat di Kinks e Small Faces, il funk di New Orleans e la psichedelia di California. Sorprese poche, per chi lo conosce bene: ma che bisogno c’è, d’altronde, quando ci si può permettere di ingranare subito la marcia più alta con una sequenza mozzafiato che combina “The weaver” e “Out of the sinking”, “Peacock suit” e “The changingman” con i pezzi più tosti dell’ultimo “As is now”, riff & melodia che graffiano e accarezzano le orecchie?
L’assalto iniziale all’arma bianca dura una ventina abbondante di minuti, dopo di che i quattro riprendono un po’ il fiato e Weller e Cradock imbracciano le chitarre acustiche prima di lanciarsi nel midtempo mosso e onirico di “Up in Suze’s room” (sempre un gioiellino) e nella sulfurea jam “Porcelain gods/Walk on gilded splinters”, ritmi tribali, Dr. John e contorcimenti di voodoo rock psichedelico. Il secondo cd offre la bucolica “Wild wood” e le belle divagazioni younghiane di “Foot of the mountain”, ma soprattutto apre la porta agli hit e ai ricordi: “You do something to me”, la miglior ballata anni ’90 del Nostro, e la cover di “Wishing on a star” in versioni per due chitarre (meglio però gli originali), ma soprattutto Jam e Style Council, vale a dire il gruppo “British” per eccellenza di fine ’70 e l’ensemble snob e raffinato che negli ’80 raccolse molte più simpatie in Europa continentale che in terra d’Albione. Rieccole, le levigatezze soft soul di “Shout to the top” e di “Long hot summer” (troppo delicate per una setlist rauca ed energica come questa? Il dubbio rimane) , riecco il riff orientaleggiante di “In the crowd” (con tanto di assolo di batteria e break strumentale alla Who), la strimpellata liberatoria di “That’s entertainment” e l’irresistibile ritmo Motown di “A town called malice”, inni da pub e da juke box, da Marquee e da Wembley Arena. Da noi le conoscono in pochi, a Londra, con l’aiuto di qualche birra in corpo, le cantano tutti. Erano i tempi in cui Weller, faccino insolente e prosopopea da predestinato, lottava contro i mulini a vento e chi gli aveva appiccicato addosso il distintivo ingombrante di portavoce di una generazione. E ci ricordano che questo quarantottenne col pepe addosso ha vissuto, metaforicamente parlando, almeno tre volte. Un piccolo Buddha della reincarnazione rock, mica roba da ridere: c’è davvero di che celebrare

(Alfredo Marziano)
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