«PEARL JAM - Pearl Jam» la recensione di Rockol

Pearl Jam - PEARL JAM - la recensione

Recensione del 11 apr 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Preparatevi ad un altro pugno nello stomaco. Questo è “Pearl Jam”, nuovo eponimo disco della band di Seattle. Arriva a tre anni e mezzo di distanza da “Riot act”, reazione a caldo all’America post-11 settembre. “Pearl jam”, se vogliamo, è la reazione sulla lunga distanza: meno impulsiva, più meditata, ma non meno violenta e dissacrante. Anzi, ancora di più.
Meditata, dicevamo; in questi anni i PJ se ne sono stati tutt’altro che con le mani in mano: hanno suonato in mezzo mondo e pubblicato l’ormai consueta valanga di dischi dal vivo (alcuni solo in MP3 – vedi news e recensioni). E hanno scritto: tanto che le 12 canzoni di questo disco sono state pescate – si dice – da un parco di oltre 40 composizioni. Ci hanno messo parecchio a inciderle, tanto che dell’uscita di questo disco si parla da quasi un anno.
E’ valsa la pena aspettare. E, sì, sono confermate le voci che davano questo disco come un ritorno al rock. Non fraintendiamoci: i Pearl Jam fanno rock. Lo hanno sempre fatto, e anche l’ultimo “Riot act” non scherzava. Solo che “Pearl jam” contiene alcune delle canzoni più secche e dirette di sempre, che fanno venire in mente gli esordi. I riff, soprattutto: “Marker in the sand”, o “Comatose”, o il singolo “Worldwide suicide”, già abbondantemente sentito in rete: McCready e Gossard sembrano sbizzarrirsi. E poi la voce di Vedder, che sembra volutamente “spezzarsi” in più di un’occasione, cercare la rabbia più che il vibrato. Soprattutto la prima sembra una delle canzoni simbolo del disco, con la chitarra assassina e le aperture melodiche che rallentano improvvisamente, spiazzandoti. Non è un caso che i Pearl Jam, negli ultimi tempi, abbiano spesso suonato dal vivo brani di gruppi come gli X o i Dead Kennedys: la scuola californiana del punk, quella che univa la rabbia alla melodia.
Già, la melodia: “Pearl Jam” è un disco pieno di aperture melodiche: non mancano le classiche ballate, soprattutto “Come back”, dagli inediti toni soul, o la conclusiva “Inside job” o ancora “Gone”. Poche band sono in grado di creare in pochi minuti questa intensità, questi crescendo. Bellissimo il duetto chitarra acustica in “Inside job” e il crescendo della succitata “Gone”, già ascoltata in versione demo e live, che nella edizione di studio guadagna notevolmente dalla presenza della band.
Poi, ultimi ma non meno importanti, ci sono i testi. Rabbia meditata, dicevamo: “E’ nel sogno americano che sto smettendo di credere”, canta Vedder proprio in “Gone”. O ancora “Army reserve”, dedicata all’attesa del ritorno di un soldato dal fronte da una guerra inutile; o “Worldwide suicide”, o ancora “Life wasted”. “Pearl Jam” è un disco fortemente disilluso e fortemente rabbioso, e ci vorrà del tempo per smaltire tutti i pugni che Vedder e soci tirano nello stomaco di un sogno americano definitavamente crollato.
Insomma, il dato è uno, e uno solo: i Pearl Jam sono la vera rock band di questi anni. Indipendenti, non tanto discograficamente (paradossalmente, questo disco se lo pubblicano da soli, ma viene distribuito dalla loro vecchia casa discografica, la Sony che ha inglobato la BMG), ma di testa. Rabbiosi, incazzati e vogliosi di ribellarsi ad una società nella quale non ti riconosci più. E bravi: bravi a scrivere canzoni, a cantarle con passione. Ovvero, incarnano tutto quello che il rock deve essere, e ormai spesso non è più.

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