«DIFFERENT STROKES BY DIFFERENT FOLK - Sly and the Family Stone» la recensione di Rockol

Sly and the Family Stone - DIFFERENT STROKES BY DIFFERENT FOLK - la recensione

Recensione del 07 apr 2006

La recensione

Difficile ve lo siate dimenticato, se avete visto in tv gli ultimi Grammy Awards. Sly Stone, al secolo Sylvester Stewart, 62 anni appena compiuti, era quel bel tipo che si agitava sul palco con occhialoni scuri, una clamorosa cresta mohicana biondo platino in testa e un completino attillato in tinta. Uno che potrebbe far passare per un grigio impiegato di banca persino sir Elton John, tanto per dire. E’ sempre stato così, Sly il furbacchione: terribilmente egocentrico ed esibizionista, capriccioso, imprevedibile, proiettato in una dimensione tutta sua (memorabili certe sue surreali interviste). E geniale. Uno stregone che prima di tutti gli altri si mise a rimestare intrugli esplosivi a base di funk (ne è stato uno degli inventori) e di rock psichedelico (lo ricordate sul palco di Woodstock, a notte fonda, sudare e agitare le frange del vestito come uno sciamano invasato?). Una bandiera dell’orgoglio nero e del movimento dei diritti civili (“Don’t call me nigger, whitey”, “There’s a riot goin’ on”: bastano i titoli), un pioniere dell’integrazione razziale e sessuale in musica (nel suo gruppo militavano musicisti bianchi e neri, uomini e donne), un modello di stile kitsch portato all’eccesso. Prince, per citare l’esempio più eclatante, gli deve tutto o quasi, compresa quella abilità quasi insolente di sfiorare tutto lo scibile musicale, solari motivetti pop e assalti ritmici all’arma bianca, mini musical dalla sceneggiatura complicata e musica da (s)ballo. Con quelle ambizioni, quel carattere e quello stile di vita, non poteva restare in cima per tanto tempo: e infatti dopo i primi anni ’70 è cominciato l’inesorabile declino, Sly è andato alla deriva, piombato nel baratro, riemerso saltuariamente alle cronache per deprimenti storie di droga e di galera infilate nel buco nero di 25 anni di mutismo discografico.
Fino ai Grammy, appunto. La vetrina scintillante di cui la Sony (depositaria del suo catalogo storico) ha approfittato per promuoverne il ritorno con un disco che ha alla base un’idea ampiamente rodata ma che spesso si è dimostrata efficace. Il “riposizionamento sul mercato”, come si usa dire in gergo, presso nuove e ignare generazioni di consumatori, coinvolgendo nella riverniciatura a nuovo del marchio monumenti d’epoca e artisti cool del momento: Isaac Hayes e Buddy Guy, l’intellighenzia vecchia (Chuck D.) e nuova (will.i.am dei Black Eyed Peas, Big Boi degli OutKast, i Roots) dell’hip hop, un’icona rock come Steve Tyler e la diva pop Janet Jackson. E poi ancora un guru della dance elettronica (Moby), nuovi idoli per teenager (Maroon 5) e una bella infornata di giovani talenti (John Legend, Joss Stone, John Mayer): variamente accoppiati e combinati tra loro, e chiamati ad aggiungere voci, strumenti, campioni e remix alle incisioni originali del maestro e della sua pittoresca family (Sly ci ha messo il suo sigillo di approvazione). Più un’operazione di marketing che “artistica”, si direbbe, ma lo scopo è nobile e ci siamo abituati. Funziona? A volte sì a volte no, dipende. Moby (che sia davvero in debito d’ossigeno dopo le ultime, opache prove?) si limita a sovrapporre percussioni martellanti sull’originale di “Love city”. Al contrario, gli esangui Maroon 5 sorprendono positivamente mettendo un pizzico di pepe sulla sempreverde “Everyday people” (da lì viene anche il titolo dell’album), movimentata da un riff aggressivo e distorto di chitarra. Tyler, accompagnato dalla slide deragliante di Robert Randolph, parte dai blocchi con un inatteso scatto gospel swing per poi adagiarsi su una versione senza infamia e senza lode di “I wanna take you higher”, e lo stesso fa will.i.am con “Dance to the music”: i pezzi più ritmici e più danzabili del repertorio di Sly sono difficilmente migliorabili, lui ci aveva già messo dentro tutta l’ubriacante energia di questo mondo. La sorellina Jackson pasticcia senza costrutto in “Thank you nation 1814” (una sorta di crasi musicale tra il suo “Rhythm nation: 1814”’ e la “Thank you (falettinme be mice elf agin)” di Sly), e del “Black Moses” Hayes si perdono presto le tracce in “Sing a simple song”, dove gli danno man forte Chuck D e D’Angelo. Discreto il compitino svolto dai giovani virtuosi Stone e Legend su “Family affair”, niente male la “Star” (“Everybody is a star”) dei Roots, e meglio ancora “You can make it if you try” a cui il grande vecchio Buddy Guy e il nuovo John Mayer folgorato sulla via del rock blues conservano un adeguato sapore analogico vecchio stile. Grandi canzoni e gran ritmo, comunque: cosicché almeno in parte, e nonostante qualche sbadiglio a metà cammino, questo è un buon “party record”, un disco che alle feste tra amici può fare la sua bella figura. Merito soprattutto, manco a dirlo, di Sly e della sua band classica, il fratello Freddie alla chitarra, Larry Graham al basso, Greg Errico alla batteria e tutti gli altri. E quando i Roots li lasciano soli per un attimo, con la puntina a sfrigolare su un vecchio vinile, vien voglia di andare a riprendere dallo scaffale “Dance to the music” o “Stand!”, “There’s a riot goin’ on” o la bella antologia doppia “The essential” uscita tre anni fa sempre per la Epic/Legacy. Chissà se farà lo stesso effetto, a quelli che ai tempi di Woodstock non erano neppure un’idea nella testa dei loro futuri genitori.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Dance to the music (con la partecipazione di will.i.am)
02. Everyday people (con la partecipazione dei Maroon 5)
03. Star (con la partecipazione di The Roots)
04. Runnin’ away (con la partecipazione di Big Boi feat. Sleepy Brown & Killer Mike)
05. Family affair (con la partecipazione di John Legend & Joss Stone (con la partecipazione di Van Hunt)
06. (You caught me) Smilin’ (con la partecipazione di Scar, Cee-Lo Green, Big Boi & DJ Swiff)
07. If you want me to stay (con la partecipazione di Devin Lima)
08. I get high on you (con la partecipazione di The Wylde Bunch)
09. Love city (con la partecipazione di Moby)
10. You can make it if you try (con la partecipazione di Buddy Guy & John Mayer)
11. Sing a simple song (con la partecipazione di Chuck D, D’Angelo & Isaac Hayes)
12. I want to take you higher (con la partecipazione di Steven Tyler e Robert Randolph)
13. Don’t’ call me nigger, whitey (con la partecipazione di Nappy Roots & Martin Luther)
14. Thank you nation 1814 (con la partecipazione di Janet Jackson & DJ Reset)
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