«CONCERT FOR BANGLADESH - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - CONCERT FOR BANGLADESH - la recensione

Recensione del 07 dic 2005

La recensione

Per non smentire la mia nomea di accanito ricercatore di peli nelle uova, dirò subito quali sono le tre cose che non mi piacciono di questa riedizione in Cd (“Remixed Deluxe 2CD Set”: oppobbacco!, come direbbe Diego Abatantuono). La prima: il titolo è stato cambiato da “The Concert for Bangla Desh”, come recitava la copertina del triplo vinile, e del doppio Cd uscito nel 1991, a “The Concert for Bangladesh”. Scritto tuttoattaccato. Minuzie, quisquiglie, pinzillacchere, certo: ma non se ne vede la ragione, di questa variazione. La seconda: insieme al titolo è stata cambiata anche la copertina; la bellissima, straziante, severa copertina dell’album originale, con un bambino seduto davanti a una ciotola più grande di lui contenente solo pochi chicchi di riso (emblema e memento della tragedia di un popolo) è stata sostituita con una banalissima copertina con-la-foto-del-cantante, sulla quale campeggia un George Harrison imbracciante la chitarra che sarebbe potuta stare su qualsiasi altra copertina di qualsiasi altro disco di Harrison (o di Jovanotti: la somiglianza fisica è curiosa). La terza cosa che non mi piace, di questa riedizione, è la data d’uscita. Il concerto per il Bangla Desh si tenne il 1 agosto del 1971 al Madison Square Garden di New York; per celebrarne un anniversario significativo sarebbe stato opportuno attendere il 2006, quando saranno passati 35 anni dall’evento (e dalla pubblicazione del disco live che lo documentava: che negli Stati Uniti uscì prima della fine del 1971, in Europa all’inizio del 1972). Ma, naturalmente, si sarebbe perduta una buona opportunità di approfittare della bonanza degli acquisti natalizi, che tanto bene fanno al fatturato delle multinazionali (e anche a quello delle indipendenti, giusto per dare un colpo al cerchio e uno alla botte).
Con questi piccoli fastidi che mi prudevano ho preso in mano il Deluxe 2Cd Set (un simpatico box di cartone contenente due dischetti e un libretto) e mi sono un po’ rinfrancato. Intanto perché sulla bustina dei due dischetti ho ritrovato il bambino di cui dicevo prima, poi perché nella confezione c’è anche un foglietto che illustra le attività del The George Harrison Fund for UNICEF. Il che non significa, temo, che le vendite di questo disco andranno a beneficio della Fondazione - come invece pare che succederà per le vendite del DVD di cui dirò poi (sul cui box c’è la scritta “In aid of the George Harrison Fund for UNICEF” - scritta che sul Cd non c’è); ma, insomma, serve almeno a ricordare le finalità che mossero l’ex Beatles ad ideare quel concertone.
Nel 1971 Harrison, informato dal suo maestro di sitar Ravi Shankar della gravissima situazione dei profughi che dal Pakistan Orientale cercavano rifugio in India, durante la guerra fra India e Pakistan, decise di organizzare un grande concerto benefico, chiamando alcuni amici (Bob Dylan, Eric Clapton, Leon Russell, Ringo Starr, i Badfinger, Billy Preston e altri). Era la prima volta che il mondo del rock si mobilitava per una buona causa (e servì da esempio a tutte le altre successive, Live Aid compreso). Harrison, quella volta, provò a chiedere la partecipazione anche a Paul McCartney e a John Lennon: il primo declinò la proposta, sostenendo che gli sembrava fosse troppo presto per una reunion dei Beatles; il secondo dapprima accettò, ma quando Harrison gli spiegò con fermezza che Yoko Ono non sarebbe stata ammessa sul palco ritirò l’adesione.
Il concerto fu - anzi, i due concerti furono - un clamoroso evento musicale e mediatico; se ne tennero appunto due nello stesso giorno, uno il pomeriggio alle 14,30 e uno la sera alle 20, e la produzione musicale fu affidata a Phil Spector. Pochissimi giorni di prova, con Clapton che si unì al gruppo solo per l’ultimo soundcheck, facevano temere uno spettacolo abborracciato e musicalmente sghembo; invece l’atmosfera, sul palco e in platea, fu splendida, tutti suonarono con tutti - tranne Dylan, che entrò in scena verso la fine dello spettacolo e suonò le sue canzoni accompagnato solo da Harrison alla chitarra, Leon Russell al basso e Ringo Starr al tamburino - e il suono risultò un possente wall of sound, nella miglior tradizione spectoriana, con tre chitarre elettriche, quattro acustiche, un basso (Klaus Voormann), una sezione fiati, cinque coriste, le tastiere di Preston e Russell, due batterie (Ringo e Jim Keltner). I due concerti, registrati dal vivo, furono poi la fonte da cui venne realizzato il triplo Lp in custodia di cartone che, fra l’altro, vinse il Grammy come miglior album nel 1973. Ma, a parte l’esito artistico, il concerto e i suoi indotti generarono un significativo introito: l’ultima pagina del libretto incluso nel triplo album in vinile (fedelmente riprodotto nella ripubblicazione in Cd del 1991, mentre il libretto di questa riedizione è sostanzialmente differente) recava l’immagine di un assegno di 243.418,50 dollari versato dal Madison Square Garden direttamente all’UNICEF. Questioni fiscali di lana caprina, e qualche maneggio del viscido Allen Klein, fecero purtroppo sì che, dei milioni di dollari complessivamente generati dal concerto, dal disco e dal film che uscì qualche tempo dopo, ben pochi riuscissero a raggiungere coloro ai quali erano destinati (e forse è anche per questo motivo che la riproduzione dell’assegno è sparita dal libretto di questa riedizione): come ricordava con qualche amarezza Harrison nella sua quasi-autobiografia del 1980 “I Me Mine” (solo recentemente pubblicata in Italia da Rizzoli) “Ma Klein, beh, lui non aveva progettato la cosa correttamente; andò all’UNICEF dopo l’evento anziché andarci prima, e dopo di allora abbiamo dovuto assoldare avvocati che cercassero di risolvere le questioni con il fisco degli Stati Uniti, che ancora adesso (anche se ormai la cosa è quasi chiarita) continua a dire “Oh, beh, noi pensiamo che voi abbiate messo in piedi questo concerto per trarne profitti”. Il denaro raccolto è stato congelato in un conto bancario per anni e anni - una cifra fra gli otto e i dieci milioni di dollari”.
Comunque, storia e geografia a parte, “The Concert for Bangla Desh” (o “Bangladesh”, come preferite) resta un gran bel disco: basterebbe leggere la tracklist per rendersene conto. Oddio, c’è quel “Bangla Dhun” - quasi 17 minuti di musica indiana - che, diciamocela tutta, è un malloppo bello pesante. (In proposito, ecco cosa ricorda Ravi Shankar: “I nostri strumenti sono molto delicati, e il caldo dei riflettori e della sala ci costrinse ad accordarli per mezzo minuto. Quando finimmo di accordarli e ci stavamo preparando a iniziare il brano, scoppiò un enorme applauso. Suppongo che molti fra gli spettatori, non conoscendo il nostro repertorio, abbiano pensato che avessimo suonato il primo brano. Spontaneamente dissi al microfono: Se vi è piaciuta così tanto la nostra accordatura, spero che la nostra esecuzione vi piaccia molto di più”). Ma, insomma, “Bangla Dhun” è messo lì, praticamente all’inizio, dopo i cinque minuti di introduzione del concerto, tre dei quali sono occupati da Shankar che parla come Peter Sellers in “Hollywood Party”, e volendo si può anche saltarlo (del resto, con l’introduzione e il raga di Shankar si esauriva anche la prima delle sei facciate dell’album in vinile, quella che nessuno ascoltava mai). E per i fan di Dylan, i cinque pezzi - una sorta di ultra-greatest-hits - che il bardo di Duluth allinea uno dopo l’altro sono un bel godere (e la bonus track del Deluxe 2Cd, “Love minus zero/The limit”, aumenta il godimento): va ricordato che allora Dylan era ancora in stato di semi-reclusione volontaria, e la sua apparizione su un palco aveva quasi dell’epifania. Curiosità: per consentire la presenza di Dylan nel disco dal vivo, la Columbia chiese in cambio i diritti di distribuzione delle versione in musicassetta; e come vent’anni fa, e ancora oggi, è la Epic/Sony e non la Apple/EMI a distribuire il doppio Cd in Europa. Curiosità 2: una foto di Dylan scattata quel 1 agosto 1971 sul palco del Madison Square Garden, un primo piano “da dietro” scattato da Barry Feinstein, finì sulla copertina di “Bob Dylan’s Greatest Hits - Vol. 2”.
Come Dylan, anche Clapton, allora, viveva praticamente segregato (per le sue brutte storie di eroina), e anche la sua presenza su un palcoscenico sapeva di occasione straordinaria (come straordinaria è la versione di “While my guitar gently weeps” che i due mariti di Patti Boyd, Harrison e Clapton, confezionano in coppia). Ma anche Ringo Starr ci fa la sua bella figura, con il suo singolo di successo del momento, “It don’t come easy”. Modesto ma comunque protagonista della giornata, George Harrison prende la scena con “Wah-wah”, prosegue con qualche brano dal suo allora recente debutto da solista (il triplo “All things must pass”), si concede tre brani del repertorio beatlesiano (le sue “While my guitar...”, “Here comes the sun”, con la chitarra acustica del Badfinger Pete Ham, e “Something”), e chiude con “Bangla Desh” (scritto così, staccato), il pezzo scritto per l’occasione, che uscì su singolo nella versione di studio il 3 agosto).
Il “quinto Beatle”, il tastierista nero Billy Preston, ha il suo spot con “That’s the way God planned it”, e Leon Russell ottiene spazio con un medley fra “Jumpin’ Jack Flash” dei Rolling Stones e “Youngblood” (secondo alcuni siti beatlesiani, si tratta dell’unico documento filmato in cui i Beatles, o almeno due di loro - Harrison e Starr - suonano una canzone degli Stones).
Qua e là affiorano incertezze, dimenticanze di testi e scivolate strumentali: ma Harrison volle che le imperfezioni del concerto restassero tali, senza ricorrere a manipolazioni e correzioni in studio, e ci pare sia stata la scelta migliore per restituire l’eccitazione e l’entusiasmo di un concerto nel quale i primi a divertirsi e ad emozionarsi furono i musicisti sul palco.
L’esperienza degli spettatori del Madison Square Garden può essere digitalmente rivissuta attraverso il DVD che esce contemporaneamente al doppio Cd. La pellicola del film del concerto, che passò brevemente nelle sale, è stata restaurata e viene riproposta in uno dei due dischetti del doppio DVD “companion” del Cd (Warner Music Vision/Rhino). Del restauro c’era bisogno; ecco ancora il racconto di Harrison: “Il film non fu fatto bene. Dopo il primo concerto scendemmo dal palco che eravamo quasi fritti dai grandi riflettori bianchi. Le luci del palco non si erano viste quasi per nulla. Chiesi a Chip Monck cosa fosse successo, e lui disse che quelli del film gli avevano detto di tenere accese le luci bianche, e uno di loro disse ‘Ma no, non abbiamo bisogno di tenere le luci accese per girare il film’, ma dentro di sé pensava ‘ah ah, ormai comunque l’abbiamo girato, adesso per il secondo spettacolo possono anche usare le loro luci colorate’. Il secondo spettacolo è stato secondo me il migliore. Le luci erano molto belle, ma il film, in realtà, non ‘venne fuori’. La cinepresa al centro del Madison Square Garden girò una pellicola completamente buia, con solo una puntina di luce al centro, e non si vedeva niente. Un’altra cinepresa, piazzata a metà dell’edificio, sulla destra, era fuori fuoco per tutta la durata della ripresa - la cinepresa era difettosa. Sulla sinistra dell’edificio, a metà, c’era una terza cinepresa: questa aveva dei grossi cavi elettrici che le pendevano davanti all’obbiettivo, e rimasero lì per tutta la durata del concerto; così ci restavano soltanto la cinepresa che era piazzata proprio nella buca dell’orchestra di fronte al palco, e la cinepresa a mano, che però non aveva la sincronizzazione fra immagine e suono. Il film che potete vedere è il risultato di un sacco di manipolazioni. Per esempio... la mia prima canzone, ‘Wah wah’, nel film è il risultato dell’edizione di dodici tagli di montaggio. Tre di questi sono veri, gli altri nove sono finti. Abbiamo dovuto mettere insieme riprese diverse da postazioni diverse. Abbiamo dovuto selezionare parti di inquadrature di alcune riprese e poi ingrandirle, col risultato che appaiono molto sgranate: una cosa molto stupida da farsi. E ci sono state altre cose che sono andate storte” (ancora da “I Me Mine”).
Oltretutto, il film fu girato in 16mm e poi “gonfiato” a 35mm, operazione che abbassa almeno del 30% la qualità originaria dell’immagine. Sicché, a dirla tutta, il documento qualitativamente migliore del Concerto per il Bangla Desh resta la registrazione audio; ciò non toglie che il doppio DVD abbia buone ragioni per essere visto. Buone ragioni che stanno soprattutto nel secondo DVD della confezione: e non solo nel lungo documentario, inevitabilmente autocelebrativo ma ricco di spunti, informazioni e interventi (con contributi e ricordi di Harrison, in video in un’intervista d’epoca e poi in voiceover), Ravi Shankar, Eric Clapton, Ringo Starr (quello che è invecchiato meglio di tutti), Leon Russell (sempre lungocrinito e barbuto, ma completamente incanutito), Billy Preston, Jim Keltner, Jim Horn e Chuck Findley degli Hollywood Horns, Bob Geldof, Neil Aspinall della Apple e altri. Il secondo DVD contiene infatti altri brevi e interessanti documentari (“featurettes”) dedicati alla realizzazione del film, del disco, della copertina del disco e un reportage d’epoca; ma soprattutto contiene tre sequenze musicali non incluse nel film. Si tratta di un duetto Harrison/Dylan su “If not for you” (la canzone che il secondo scrisse e il primo incluse nel suo “All things must pass”), nel quale i due, durante le prove, cercano di andare insieme cantando il testo (con risultati tali da far escludere il brano dalla scaletta dello spettacolo); di una “Come on in my kitchen” in cui Harrison, Clapton e Russell rivisitano durante il soundcheck il blues di Robert Johnson; e della “Love minus zero/The limit” di Dylan che è anche la bonus track del Cd, tratta dallo spettacolo del pomeriggio.
Tirando le somme: pur già possedendo l’album in vinile e la sua prima riedizione in Cd, sono comunque contento di avere adesso anche questa riedizione del Cd e il DVD del Concerto per il Bangla Desh (Bangladesh?). E’ stato un piacere riascoltarlo (il Cd), vederlo (il DVD) e raccontarveli entrambi. Credo che se vi capiterà di ascoltare il Cd e vedere il DVD sarà un piacere anche per voi.

(Franco Zanetti)

Tracklist:

CD 1:
“Bangla Dhun”
“Wah-Wah”
“My sweet Lord”
“Awaiting on you all”
“That’s the way God planned it”
“It don’t come easy”
“Beware of darkness”
“While my guitar gently weeps”

CD2:
“Medley: Jumpin’ Jack Flash / Youngblood”
“Here comes the sun”
“A hard rain’s a-gonna fall”
“It takes a lot to laugh, it takes a lot to cry”
“Blowin’ in the wind”
“Mr. Tambourine man”
“Just like a woman”
“Something”
“Bangla Desh”
bonus track: “Love minus zero / The limit”
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