«THE DANGERMEN SESSIONS VOLUME ONE - Madness» la recensione di Rockol

Madness - THE DANGERMEN SESSIONS VOLUME ONE - la recensione

Recensione del 14 set 2005

La recensione

Sfoggiano nomi di fantasia come “Robert Chaos”, “Jimmy Ooh”, “The Professor” e “Daniel Descartes” ma sono i vecchi, cari, redivivi Madness di “One step beyond…”, dello ska in bianco e nero e della Londra che a fine anni ’70 si metteva a cantare e a ballare per celebrare il melting pot multietnico e scaricare le tensioni urbane (che strana e struggente sensazione, ricordarlo proprio in giorni come questi). Sagome scure e ombrelli in stile “The Avengers” (la serie tv “Agente speciale”), cappelli, giacche e occhiali scuri d’ordinanza (perché lo stile è parte essenziale del messaggio: tutto molto British), figure di danza stilizzate come ai tempi in cui i Magnifici Sette invitavano a fare un passo avanti ondeggiando goffamente sulla pista da ballo. Nelle vesti dei Dangermen, travestimento con cui girano i piccoli club d’Albione come fossimo ancora ai tempi dei Clash e dei Jam, la loro missione è quella di rendere omaggio alle loro origini e radici musicali: ed ecco dunque servite dodici pepite setacciate nel gran fiume dello ska e del reggae giamaicano, ma anche tra i rivoli del pop rock anni ’60 e del catalogo Motown sempre amatissimo dagli inglesi. Detto così suona come un “party album” da sogno, gente che sa il fatto suo alle prese con un repertorio fuoriclasse…Peccato però che a dispetto delle tecniche di registrazione rigorosamente analogiche (nastri Ampex e Scotch, microfoni Telefunken…) e della presenza alla console del mago Dennis Bovell il disco abbia un suono un po’ troppo moderno e rotondamente radiofonico, soffice ed easy: quando qualche calcione in più, qualche sputo irriverente, un po’ di pogo e di sudore sotto palco non avrebbero guastato. Specials e Selecter, l’ala più radicale del movimento ska revival inglese d’epoca, in questo sono sempre stati i maestri indiscussi, i Madness al contrario magistrali confezionatori di esotici e deliziosi confettini pop con un’estetica “working class” tutta loro. I vecchi ragazzi di Camden danno l’idea di divertirsi, ma nonostante lo spirito live delle registrazioni c’è da immaginarsi che in concerto, tra umori alcolici, tetti bassi, pavimenti appiccicosi di birra e “rude boys” in libera uscita, sia tutta un’altra storia. Accontentiamoci: le cartoline che hanno scelto dal loro album dei ricordi, ognuna annotata nel libretto con begli aneddoti personali, riservano comunque sorprese gradevoli e un pizzico di piacevole malinconia.
Si parte – e come potrebbe essere altrimenti? – da quel Prince Buster che al gruppo ispirò il nome e il suo pezzo più celebre (“One step beyond…”, appunto), stavolta rappresentato dal bluebeat gagliardo di “”Girl why don’t you”: ritmi in levare, staccato d’organo, il sax baldanzoso di Lee Thompson, ricordi di mercatini londinesi e di sfrigolanti 45 giri d’importazione. Centro pieno. I sette giocano la carta più ambiziosa recuperando una produzione di Lee “Scratch” Perry per Max Romeo (“I chase the devil aka Ironshirt”: battito lento, atmosfera ipnotica, fughe di fiati e rintocchi dub) e vanno sul sicuro con Desmond Dekker, tra una onorevole ripresa dell’immarcescibile “Israelites” e una “John Jones” che swinga ed ammicca. Il versante ludico e ballerino è ben servito anche dalle due selezioni marchiate Lord Tanamo, pioniere del mento giamaicano e a suo tempo vocalist degli Skatalites: “Shame & scandal” e “Taller than you are”, tempi veloci e aria sbarazzina, raccontano di matrimoni in crisi e di autoaccettazione con il tono sfottente, la pigra nonchalance e il senso di ineluttabilità che appartiene al Dna del popolo rasta e ai suoi eredi in terra di Albione. Al piatto principale si aggiungono una guarnizione strumentale (“Dangerman aka High wire”, dub, riff circolari e chitarra alla 007 snocciolati in assoluto relax) e un contorno pop & soul: “Lola” (proprio quella dei Kinks) e “Rain” (di Josè Feliciano) arrivano in porto anche loro attraverso rotte caraibiche, Nicky Thomas e Bruce Ruffin rispettivamente (meglio la seconda della prima, con archi passeggeri e un altro riff in stile James Bond); la versione di “You keep me hanging on” (Diana Ross & the Supremes) non è particolarmente memorabile, meglio “You’ll lose a good thing” della cantante texana Barbara Lynn che “Suggs” spiega di aver conosciuto per via di un’altra interprete reggae, tale Audrey. C’è anche Marley, naturalmente. Suona purtroppo profetica, in fondo alla scaletta, la sua “So much trouble in the world”, e appropriato il messaggio di pace dell’introduttiva “This is where”: “Questo è il posto dove non ci sono stranieri, questo è il posto dove ci sono solo amici”. Che possa davvero essere così, e buon divertimento a tutti (in attesa del volume 2).

(Alfredo Marziano)
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