«EVERY KIND OF LIGHT - Posies» la recensione di Rockol

Posies - EVERY KIND OF LIGHT - la recensione

Recensione del 12 set 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Difficile dare una definizione di che cosa sia il “power pop”. Difficile dare, in generale, definizioni di generi musicali senza cadere in tautologie e/o contraddizioni. Ancora più difficile quando il genere in questione, è il caso del “power pop”, è bastardo e meticcio.
Meglio fare un esempio: i Posies, per l’appunto. Una band di Seattle che arriva dalla Seattle degli anni ’90; invece di citare Led Zeppelin e Neil Young come facevano le band grunge, si rifaceva ai Byrds e al pop-rock melodico degli anni ’60. Perché questo è, alla fine, il power pop: melodie e chitarre arpeggiate, mischiate con un po’ d’energia rock. Il gruppo più famoso di power-pop sono i R.E.M., almeno quelli del primo periodo. E non è un caso che metà dei Posies – Ken Stringfellow – sia confluita nei R.E.M., dopo che il gruppo esaurì la sua spinta alla fine degli anni ’90. In mezzo ad una pregevole carriera solista e all’attività di musicista aggiunto ai R.E.M., in studio e in tour Stringfellow ha trovato, nell’ultimo anno, il tempo per ricongiungersi con Jon Auer e rimettere in piedi la band, arrivando infine a produrre “Every kind of light”, primo disco dal ‘98.
Che non è ne più ne meno che un pregevolissimo esempio di power-pop, per l’appunto. O semplicemente di buona musica, senza tirare in mezzo troppe etichette di genere: canzoni che hanno una forte impronta melodica giocata su canti e controcanti (Byrds, Beach Boys, R.E.M., per intenderci) distesa su un tappeto di chitarre presenti ma quasi mai invadenti (ancora R.E.M. e Byrds).
Quella dei Posies è musica retrò, fortemente radicata negli anni ’60, ma decisamente più viva della produzione solista di Stringfellow (l’ultimo “Soft command” era piacevole ma ogni tanto un po’ tedioso nella sua scarna veste cantautorale). Canzoni come la bacharachiana “Last crawl” si fondono piacevolmente con il rock dell’iniziale “It’s great to be here again!” (un manifesto d’intenti, evidentemente) e con quello che rimane l’episodio migliore dell’album, un vero e proprio manifesto di genere, “Conversations”, che si apre su un arpeggio delicato di chitarre e su una melodia esile esile per poi aprirsi con forza in un ritornello trascinante.
Insomma, niente di nuovo in questo disco che, anzi, guarda più indietro che avanti. Ma lo fa con stile e somma piacevolezza. Se vi pare poco…

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