«PEZZI - Francesco De Gregori» la recensione di Rockol

Francesco De Gregori - PEZZI - la recensione

Recensione del 20 apr 2005 a cura di Luca Bernini

La recensione

Da tempo Francesco De Gregori chiede una valutazione “da musicista” del suo lavoro. Chiede cioè, anche legittimamente, di essere considerato e valutato per il suo mestiere, e non per le implicazioni politiche e sociali che questo, spesso e volentieri, ha comportato. E allora rispondiamo subito: se “Pezzi” non fosse il nuovo album di Francesco De Gregori sarebbe un bel disco alla De Gregori. Di De Gregori avrebbe innanzitutto il suono da band, cresciuto e rinforzato da anni e anni di concerti, documentati su dischi live ogni volta più belli e compatti, dai primi “Catcher in the sky”, “Musica leggera” e “Niente da capire” fino ai più recenti “Fuoco amico” e “Mix”. Un suono rock sempre più sporco e blues, capace in alcuni momenti di prendere fuoco e incendiare, in cui è la voce a farsi, anche e innanzitutto, strumento tra gli strumenti.
Di De Gregori questo disco avrebbe anche affinità - nelle metriche, nella scrittura dei giri armonici e delle melodie – con metriche, giri armonici e melodie già sentite in altri dischi. Ascoltarlo, infatti, significa anche ritrovare all’interno delle nuove canzoni “pezzi” di “Atlantide”, “Vecchi amici”, “Compagni di viaggio”, “Prendi questa mano zingara” e tante altre pagine del suo canzoniere. E di De Gregori questo album avrebbe la capacità di citare - all’interno dei propri testi – tecniche di scrittura e immagini proprie di altri grandi, da Leonard Cohen a Fabrizio De Andrè, passando attraverso il prediletto di sempre, Bob Dylan.
Proprio la presenza costante di Dylan, poi, renderebbe questo un vero disco alla De Gregori: come nei costumi del Principe, anche questo lavoro può leggersi a tratti come un monumentale omaggio alla carriera del primo dei suoi eroi. In “Pezzi” si suona come Dylan, più precisamente come il Dylan post “Infidels” e “Oh mercy”, più precisamente ancora come il Dylan dell’MTV Unplugged (che tanto unplugged non era); si canta come Dylan, con i suoi strappi e le sue metriche sghembe, usando la voce come uno strumento a fiato, facendo del jazz, quasi, a livello di attitudine; si scrive come Dylan, evocando sue tematiche e svolgimenti (un esempio per tutti: “Vai in Africa, Celestino!” è figlia naturale di “Everything is broken” di Dylan, sin dalla lettera del testo); e ci si diverte come Dylan, tornando alle origini della propria storia – la musica popolare americana degli anni ’50, il rock’n’roll, il blues, il folk, il country - baloccandosi nello stare al centro esatto di una musica talmente bella e compiuta da poter inebriare al punto tale da far chiedere, all’artista, l’unico desiderio di poterla “cantare”. Insomma, “Pezzi” musicalmente sarebbe un perfetto disco alla De Gregori, e neanche inciso da uno di primo pelo, ché l’amore per quei suoni e quei riferimenti musicali funziona egregiamente come una carta d’identità che dice 50 e passa primavere.
Ma “Pezzi” non è un disco alla De Gregori. “Pezzi” è il nuovo album di Francesco De Gregori. E sono proprio questa appartenenza, questa provenienza a far lievitare l’interesse nei confronti dell’oggetto di questo disco, che – nonostante a De Gregori stesso a volte scocci ammetterlo – non è mai “soltanto” fatto di suono, musica e canzoni. A De Gregori si chiede - e da De Gregori si pretende - da anni, una visione. Sociale, politica, personale. Che questo sia giusto o sbagliato, non è da dirsi qui, però è un fatto. E con quella visione, lungo gli anni, il pubblico si è confrontato e si confronta. De Gregori appassiona anche quando scrive, quando parla o – alla peggio – anche solo quando pensa. E’ un ruolo impegnativo, che predispone una strada pericolosa e piena di vicoli ciechi. De Gregori, che lo sa, da quel ruolo e da questa strada da sempre ha cercato di mantenere le distanze, rivendicando l’appartenenza totale della sua arte al suo mestiere, che è quello di scrivere canzoni. Ma ciò non toglie che un dialogo, tra lui e il suo pubblico, tra lui e i media, tra lui e la cosiddetta società civile permanga, forse anche (e soprattutto) quando è negato.
Ed è così che il Francesco De Gregori “cieco” con la fede al dito ritratto sul retro di copertina del disco offre solo il primo dei mille pezzi di cui è composto questo album, il primo forse in cui campeggiano la disillusione, la voglia di silenzio, la ricerca di una dimensione “altra” rispetto a quella politica, la registrazione impotente del presente. Non più orribile, non più temibile, non più avversato: De Gregori prende l’oggi e non cerca più di sbrogliarne la matassa. Piuttosto lo smonta, come si farebbe con una radiolina, e ne appoggia su un tavolo – questo disco – i pezzi, “pezzi di bene dentro pezzi di male”, come dice in una canzone, lasciandoceli da guardare. Lui, dal canto suo, di guardarli non ha più voglia: se continua a farlo, come accade in questo disco, è ormai più per deformazione culturale – ossia per averlo sempre fatto - che per la speranza o la voglia di poter cambiare qualcosa. E allora, forse per questo, “Pezzi” suona forte. “Vai in Africa, Celestino!”, “Numeri da scaricare”, “Tempo reale”, “La testa nel secchio”, “Il panorama di Betlemme”, “Il vestito del violinista” sono autentiche sassate, pezzi violenti e duri, suonati con rabbia e volume, la voce che taglia e apre ferite, le chitarre che straripano. E’ un requiem per la politica come soluzione; pietà l’è morta, sono rimasti l’orrore e la guerra, “solo madri senza latte e cenere nel camino”.
C’è altro, però, dentro “Pezzi”. C’è un registro più intimo e delicato. C’è poesia. C’è nostalgia. C’è una naturale eleganza. E c’è ancora posto per un posto dove poter stare, anche solo nell’immaginazione. “Gambadilegno a Parigi”, “Le lacrime di Nemo”, “Passato remoto” chiamano in causa desideri, sogni, ricordi. Girano le spalle all’invivibile presente e legittimano una via di fuga qualsiasi, anche solo immaginaria. Smarriti o traditi gli ideali comuni, ognuno è solo,oggi, e da solo sceglie la propria strada. A ciascuno la sua Storia, allora, a ciascuno il suo Destino: il De Gregori di “Pezzi” si scopre quasi spietato, sostenitore del libero arbitrio, assetato di una spiegazione a posteriori che possa far quadrare in qualche modo la follia del presente. Ma dietro l’apparente distacco e presa di coscienza in musica e parole, dietro uno strisciante quanto inverosimile cinismo, si toccano con mano i segni indelebili di una profonda ferita. La sua.
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