«MAKE DO WITH WHAT YOU GOT - Solomon Burke» la recensione di Rockol

Solomon Burke - MAKE DO WITH WHAT YOU GOT - la recensione

Recensione del 19 apr 2005

La recensione

Di vecchi marpioni dello show business che fanno dischi per onor di firma o come pretesto per qualche ingaggio in più, inserendo il pilota automatico e scacciando a fatica gli sbadigli, è pieno il mondo. Tutti pronti a sparar loro addosso, salvo ricredersi quando sul palco la vecchia gloria riscopre magicamente le antiche virtù. Solomon Burke è diverso anche in questo: dal vivo ama sovente rivoltarsi nella coperta del mito, fa il piacione e indugia nell’istrionismo fine a se stesso (con tutto quel contorno strabordante di mantelli, corone, musicisti, coristi, arpe e fanciulle adoranti). Il lato più nobile della sua arte lo riserva invece, ultimamente, ai suoi album. L’inatteso colpo di coda era arrivato nell’estate di tre anni fa, con quel “Don’t give up on me” che aveva rilanciato in piena orbita le quotazioni artistiche e professionali del “re” del soul (ci scappò anche un Grammy come miglior disco “blues”). Merito, allora, di un discografico lungimirante, Andy Kaulkin della Anti/Fat Possum, e di un produttore sensibile come Joe Henry, perché Solomon è troppo “artista” e in altre faccende affaccendato per occuparsi di cose del genere. Henry, che da allora è diventato richiestissimo dietro il mixer (Ani DiFranco, Aimee Mann), aveva messo insieme un disco dalle sonorità rustiche, semiacustiche, assolutamente minimali puntando tutto sul vocione inarrivabile di Burke e su un repertorio cantautorale da sogno, trovando la combinazione astrale perfetta nell’allineamento tra due pianeti musicali che in passato si erano solo sfiorati.
La nuova accoppiata formata da Richard Foos della Shout! Factory e dal noto produttore Don Was (sarà costato sicuramente più di Henry: ma a questo avrà provveduto il budget della Sony…) parte da premesse analoghe, collezionando canzoni firmate Dylan, Hank Williams, Robbie Robertson, Jagger-Richards, Van Morrison, Dr. John (le ultime due scritte per l’occasione), per arrivare a conclusioni del tutto diverse. Un disco, cioè, soul nel senso più classico, sicuramente meno coraggioso ma scintillante di energia, con tanto di sezione fiati e ritmiche funky che Henry aveva accuratamente evitato. Was lascia ben visibile la sua impronta, apre le finestre e fa entrare la luce del sole al posto delle ombre da ore piccole di “Don’t give up on me”. Nessuna forzatura, comunque, né inseguimenti a suoni radiofonici o à la page. C’è la chitarra ritmica da manuale soul di Reggie Young, eroe del Memphis Sound, e la solista brillante e concisa di Ray Parker Jr. (pensare che ha fatto i soldi con “Ghostbusters”…). C’è l’organo chiesastico del fedelissimo Rudy Copeland e c’è un trio di voci femminili (compresa Sweet Pea Atkinson, protetta di Was) a reggere lo strascico al sacerdote Solomon. Lui fortunatamente dà ancora l’impressione di divertirsi un mondo: in “I need your love in my life”, il sorprendente rock iniziale firmato dal bluesman Coco Montoya, i suoi ruggiti fanno venire in mente (almeno al sottoscritto) il David Johansen di dischi come “Live it up”. Con sezioni ritmiche, sax e trombe a disposizione abbondano naturalmente gli “uptempo”: la dylaniana “What good am I?” è trasfigurata con baldanza leonina rispetto alla versione originale di “Oh mercy”, lenta e rarefatta, mentre “Make do with what you got” ha il tipico, ammiccante passo da struscio del dottore di New Orleans, Mac Rebennack. “Let somebody love me”, bella e vibrante di calor nero, e “Fading footsteps” dimostrano che anche autori meno blasonati possono servire egregiamente allo scopo: nel secondo caso si tratta di quel David Egan che qualcuno ha già paragonato a Dan Penn per la sua abilità, lui bianco della Louisiana, nel sintonizzarsi sulle frequenze più intime degli interpreti “black”. Van Morrison è un altro che con quelle musiche ci va a nozze, e oltre a spendere parole estatiche per Burke nelle note di copertina, cuce “At the crossroads” su misura per la taglia extralarge del protagonista (c’è anche una lap steel a dare un bel tocco country). Indovinati anche i ripescaggi dal baule dei ricordi: “I got the blues” dei Rolling Stones sembra fatta apposta per lui (sarà, come ha sottolineato giustamente qualcuno, che quarant’anni fa erano i “Glimmer Twins” Jagger & Richards a ricalcarne fedelmente lo stile) e “It makes no difference” della Band è talmente bella e commovente che per Burke è un gioco da ragazzi uscirne vittorioso a mani basse; neanche il Vescovo però è in grado di avvicinare la fragile intensità dell’interpretazione di Rick Danko (riguardatevi “The last waltz”…). Al re leggendario e maledetto del country, Hank Williams, è affidato il messaggio finale del disco, una potente cover country spiritual di “Wealth won’t save your soul” che Burke, ministro del culto a tempo pieno, sciorina in forma di parabola evangelica. I suoi 23 figli, 74 nipoti e 13 pronipoti avranno un’altra eredità di cui andare fieri.
(Alfredo Marziano)
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