«FIGLI DELLE STELLE - Alan Sorrenti» la recensione di Rockol

Alan Sorrenti - FIGLI DELLE STELLE - la recensione

Recensione del 08 mag 2005 a cura di Franco Zanetti

La recensione

D’estate dormo con una maglietta oversize, gialla, con la scritta “Alan Sorrenti – First in Verona 1979”. Ora, questa dichiarazione d’apertura può sollevare diverse reazioni. La prima: echissenefrega. E come darvi torto, se non v’importa nulla del mio look notturno? La seconda: una maglietta sola per tutta l’estate? Ma no, non una sola. Ne ho una decina, che alterno mettendo regolarmente a lavare quella indossata la notte precedente. La terza: e ‘ste magliette le porti da 25 anni? Eh, sì: sono comodissime, di eccellente cotone, ampie e ariose, e la mia mamma, che a lungo s’è presa cura delle operazioni di lavo-stiro del mio guardaroba, è una signora scrupolosa e utilizza detersivi di qualità alle temperature ottimali.
E come mai possiedo queste magliette? Semplice: nel 1979 lavoravo all’ufficio stampa della EMI, ed era stato Cesare Zucca, allora capo dell’ufficio stampa di Milano e mio diretto superiore, a far produrre quelle magliette per celebrare la vittoria di Alan Sorrenti al Festivalbar di quell’anno, con “Tu sei l’unica donna per me”. Cesare Zucca – personaggio straordinario, uno che poi ha lavorato con Kate Bush e con Madonna, tanto per dirne due – era stato, allora, un pioniere dell’arte del look (l’abbigliamento di Alan Sorrenti era firmato da Gianni Versace). Ah, no, quelle magliette gialle di cui dicevo all’inizio non erano Versace, purtroppo; nella distribuzione ai giornalisti me n’era rimasta “casualmente” qualcuna in ufficio, ed è per questo che ancora adesso, nelle notti d’estate, ripenso con gratitudine a Alan Sorrenti.
Detto questo, veniamo al perché siamo qui. La EMI ristampa rimasterizzandoli i primi sei album di Alan Sorrenti: “Aria”, 1972; “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto”, 1973; “Alan Sorrenti”, 1974; “Sienteme, it’s time to land”, 1976 (questi primi quattro uscirono per la gloriosa etichetta Harvest); il citato “Figli delle stelle”, 1977; e “L.A. & N.Y.”, 1979. Sono la testimonianza di una parabola artistica ed espressiva singolare: dalla sperimentazione progressive (“Aria”) passando per la rivisitazione della canzone napoletana (“Dicitencello vuje” in “Alan Sorrenti”) alla discomusic (“L.A. & N.Y”). Bisogna avere il tempo, e la voglia, di riascoltarli tutti di seguito per provare a capire cosa sia passato per la testa di Alan Sorrenti nel breve giro di sette anni, cosa l’abbia portato dai vocalizzi alla Peter Hammill e alla Tim Buckley (ragazzi, non è un errore da Alzheimer o un refuso: parlo del padre di Jeff Buckley) al palco dell’Arena di Verona con una canzone il cui testo diceva “Dammi il tuo amore, non chiedermi niente, dimmi che hai bisogno di me / Tu sei sempre mia, anche quando vado via, tu sei l’unica donna per me: / Quando il sole del mattino mi sveglia / tu non vuoi lasciarmi andare via / Il tempo passa in fretta quando siamo insieme noi / E’ triste aprire quella porta, io resterò se vuoi, io resterò se vuoi. / Sei proprio tu l'unica donna per me / il resto non conta se io sono con te / non voglio andar via, se ti perdo non ho più nessuna ragione per vivere” (ehi, l’ho scritta tutta a memoria, altro che Alzheimer… del resto, quell’estate del 1979 non si sentiva altro, alla radio).
Certo è che, nel 1972, quello di Alan Sorrenti era un nome molto rispettato: per il suo debutto discografico, “Aria”, 1972, qualcuno ha speso - forse nemmeno troppo esagerando – la definizione di “capolavoro del pop italiano”. Quattro brani, di cui uno (la suite del titolo) occupava l’intera prima facciata del 33 giri, caratterizzati da un vocalismo estremo e a volte francamente eccessivo: tematiche prog, fraseggi pianistici (Albert Prince) quasi jazz, il violino di Jean-Luc Ponty (mica l’ultimo arrivato) che impronta la title-track, testi visionari e (riletti oggi) abbastanza ingenui ma suggestivamente fantasy; percussioni e batteria di Toni Esposito, chitarre di Vittorio Nazzaro, realizzazione (fra Roma, Parigi e Nizza) dell’allora giovanissimo Corrado Bacchelli, completano i credits di un disco che magari non sarà un capolavoro assoluto, ma certo resta il miglior lavoro di “quel” Sorrenti.
Già meno sorprendente è “Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto” (1973): che risente un po’ della fretta con cui fu realizzato, per capitalizzare il buon esito del debutto, e che risulta inevitabilmente inferiore per originalità al disco che lo ha preceduto, del quale peraltro ripropone alcuni dei musicisti e dei collaboratori (Esposito, Bacchelli) affiancandoli in due studi di registrazione londinesi a esperti sessionmen e specal guests come Francis Monkman dei Curved Air alle tastiere e alla chitarra elettrica e Dave Jackson, sassofonista dei Van Der Graaf Generator, al flauto. Fra i brani del disco spicca “Serenesse”, canzone d’amore d’impianto abbastanza tradizionale che in qualche maniera anticipa la vocazione “commerciale” di Sorrenti. Il 33 giri reca cinque brani sulla prima facciata, mentre la seconda è interamente occupata dalla lunghissima, ambiziosa e in buona parte irrisolta suite che intitola l’album e segnala l’imminente calo d’ispirazione che caratterizzerà gli album seguenti.
Nel 1974 esce il singolo “Le tue radici” (parte 1 e 2), che resterà inedito su album (salvo l’inclusione in una compilation di pubblicazione posteriore, “Radici”) e che è stato brevemente reperibile come bonus track su una ristampa di “Come un vecchio incensiere…”. Nel 2002 Franco Battiato ne ha proposto una propria versione in “Fleur(s) 3”. Il singolo precede l’album “Alan Sorrenti” (sempre 1974) che testimonia una complessiva “normalizzazione” della formula musicale (il disco contiene 7 canzoni di durata quasi regolare: fa eccezione il brano d’apertura, “Un viso d’inverno”, che supera i 7 minuti e che è anche il momento più qualitativamente interessante del lavoro). Il disco, realizzato da Michelangelo Romano e registrato tutto a Roma con musicisti italiani o italianizzati (alle tastiere c’è Mark Harris) contiene anche il primo “successo” commerciale di Sorrenti: una versione del classico della canzone napoletana “Dicitencello vuje”, di Fusco-Falvo, abbastanza singolare e persino divertente ma che testimonia l’incertezza di Sorrenti sulle proprie direzioni espressive future.
Direzioni non chiarite dall’album successivo, che esce dopo un paio d’anni di silenzio e di viaggi (Senegal e Marocco), il cui titolo però suona come una dichiarazione d’intenti. “Sienteme… it’s time to land”, 1976, è un disco meticcio fin dalla copertina, che mescola palme californiane e scugnizzi napoletani, e presenta un Sorrenti sbarbato (conservando però un baffo ben curato) e rilassato, già avviato verso l’immagine cool e modaiola che troverà il suo culmine con “Figli delle stelle”. “Io sento che sto cambiando”, annuncia e preconizza Sorrenti in “Alba”, unico brano in italiano del disco e unico firmato dal solo Alan (gli altri sono accreditati a Alan Sorrenti/David Kahne: Kahne è l’arrangiatore del disco, che è prodotto da Corrado Bacchelli, e l’autore di tutti i testi in inglese). Perché, appunto, delle nove canzoni sette sono cantate in inglese (l’eccezione, oltre alla già citata “Alba”, è “Sienteme”, in napoletano). Praticamente tutti i musicisti sono sessionmen del giro californiano – l’album è registrato quasi interamente a San Francisco – e naturalmente il disco “suona” statunitense, proponendo una miscela pop-rock leccatina e complessivamente poco incisiva, nella quale le sperimentazioni vocali sono del tutto accantonate a favore di un cantato patinato ed elegante, a tratti persino lezioso. Riascoltato oggi, però, un disco che all’epoca era parso soprattutto fastidiosamente pretenzioso e troppo “distante” dal Sorrenti che avevamo conosciuto si rivela inaspettatamente gradevole: non un caposaldo, intendiamoci, ma una cosina garbatamente muzak che non disturba tenere in sottofondo mentre si sta svolgendo qualche attività rilassante. “Try to imagine”, per dirne una, è una canzone assai ben confezionata, di sapore internazionale: ma lontanissima, com’è ovvio, dalle atmosfere sperimentali di solo quattro anni prima.
“Figli delle stelle”, che esce nel 1977, è la logica prosecuzione di “Sienteme…”: registrato fra Los Angeles, Roma e Milano (il Castello di Carimate), con musicisti in prevalenza statunitensi, prodotto da Corrado Bacchelli, è un perfetto prodotto fra pop e disco-music, la cui formula è splendidamente esemplificata dalla title-track: una canzone contagiosa nella linea melodica, con un testo meravigliosamente banale (il tocco popolare di Franca Evangelisti, presente anche in “Donna Luna” e “Tu sei un’aquila e vai”), cantata in un falsetto quasi alla Imagination e illuminata da un “gancio” iniziale – il vero segreto del successo del brano – per il quale probabilmente va ringraziato Jay Graydon, chitarrista e arrangiatore dell’album. “Figli delle stelle” diventa un grande successo di classifica (e quasi una frase-simbolo dell’epoca, poi citata da Battiato nel testo della sua “Bandiera Bianca”), si trascina dietro l’album (che però non produce, con “Donna Luna” e l’imbarazzante fotoromanzo sexy di “Un incontro in ascensore”, altri singoli di uguale impatto, nonostante il tentativo di rifare l’operazione “Dicitencello vuje” con “Passione”, di Libero Bovio) e rende popolarissimo Alan Sorrenti presso un pubblico – il pubblico della musica commerciale, delle riviste pettegole, delle ospitate televisive - che non ne aveva mai sentito fare il nome. Sorrenti piace anche per il look up to date, disinvoltamente trash (la copertina dell’album è un piccolo capolavoro di cattivo gusto, con Sorrenti che sorvola un paesaggio metropolitano notturno accovacciato su uno specchio a forma ovoidale che dovrebbe ricordare un disco volante), e il 1977 diventa il “suo” anno magico, dal punto di vista commerciale. Si tenta di sfruttare il fenomeno anche al cinema, con il buffo “Figlio delle stelle”, diretto da Carlo Vanzina: un episodio del tutto dimenticabile, anche perché ormai l’era dei “musicarelli” è finita da tempo.
Due anni dopo, la parabola si compie perfettamente: “L.A. & N.Y.” è un album assolutamente di plastica – sia detto quasi con ammirazione – aperto e lanciato da un singolo perfetto, quel “Tu sei l’unica donna per me” che è stupendamente confezionato, orecchiabilissimo fino all’appiccicosità, arrangiato senza risparmio di espedienti. Come da titolo, il disco è diviso in due parti, due facciate, due città: Los Angeles e New York. La “L.A. side” è prodotta da Jay Graydon, registrata ai Garden Rake Studios con la collaborazione di gente come Steve Lukather e Mike Porcaro dei Toto: reca quattro canzoni, di cui una cantata in inglese (“Dancing in my heart”); la “N.Y. side” è prodotta da Lance Quinn e Brad Baker, registrata ai Power Station Studios con i sessionmen newyorchesi, e vi fanno riferimento tre canzoni, tutte cantate in inglese. Non facilissimo distinguere le differenze di sapore fra le due facciate, quella atlantica e quella pacifica; forse è più cool e rilassata la seconda, più nervosetta la prima, ma il segno sonoro è sempre quello di una disco music in evoluzione verso la dance, elegante e “suonata”, con abbondanza di archi e cori femminili. Roba che allora per l’Italia era francamente troppo avanti, diciamocelo (un pezzo come “Look out”, ascoltato adesso, non svela in alcun modo la mano italiana dell’autore, lo potrebbe passare qualsiasi network di dance): e rendiamo così merito a un tentativo troppo ambizioso (presuntuoso?) di internazionalità che costò a Sorrenti, nonostante il boom di vendite di “Tu sei l’unica donna per me” – e la vittoria al Festivalbar che a me ha fruttato le dieci magliette oversize di cui vi raccontavo all’inizio – una crisi di identità dalla quale il musicista non si è mai più realmente ripreso.
Nonostante la discreta riuscita del singolo “Non so che darei”, incluso nell’album “Di notte” (uscito dopo il passaggio alla CBS), i successivi tentativi discografici di Sorrenti (il singolo “La strada brucia”, 1981; gli album “Angeli di strada”, 1983, e “Bonno Soku Bodai”, 1987, realizzato dopo la conversione al buddhismo), non riuscirono a riportarlo in auge, né fu utile una partecipazione al Festival di Sanremo del 1988 con “Come per miracolo”. Per i collezionisti, va segnalata la compilation del 1997 “Miami” (uscita su EMI) con gli inediti “Kioko mon amour”, “Una come te” e “Torna a Surriento”; per i fans, il più recente lavoro di Sorrenti è un album di inediti del 2003, “Sottacqua”, che come spiega l’artista è "frutto della collaborazione con i Planet Funk e i Solist di Trieste, un gruppo che frequenta territori soul, r&b e musica nera, quindi canzoni con situazioni dance e altre dove si cerca di fondere varie esperienze, partendo dal soul per introdurre chitarre e rock".
Ecco qua. Penso di avervi detto tutto quello che potevo. Mi ha fatto piacere riascoltare questi sei dischi, che ancora possiedo in vinile – ma ormai sono sicuro che non li avrei più rimessi sul piatto. E credo che abbia fatto bene la EMI a ristamparli (mettendoli in vendita a prezzo ridotto, fra l’altro). Se vi capita di averli fra le mani, più o meno adesso sapete cosa vi aspetta. Un consiglio? Mah, più o meno l’avete intuito da quello che ho già scritto: certe cose che all’epoca apparivano geniali oggi suonano orribilmente datate, certe cose che all’epoca apparivano biecamente commerciali oggi suonano inopinatamente gradevoli. The times they are a-changin’, no?

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