«NASHVILLE - Josh Rouse» la recensione di Rockol

Josh Rouse - NASHVILLE - la recensione

Recensione del 16 mar 2005

La recensione

Leggi “Nashville”, in copertina, e per riflesso condizionato pensi subito al film di Altman, ai ragazzoni tutti casa e chiesa con stivaloni e cappellone da cowboy, alla melassa country che nutre la pancia molle della provincia americana rinchiusa dalla cintura della Bibbia. Chi mastica di cose musicali va magari oltre, ricorda certe storiche esibizioni alla Grand Ole Opry o i leggendari studi Rca in cui hanno inciso Elvis e tanti altri. Chi invece c’è stato, nella Music City del Tennessee, si sarà accorto che la scena musicale, laggiù, è molto più mossa e intrigante di quanto si potrebbe immaginare: con un sacco di “alternative rocker”, di “guitar band”, di cantautori di belle speranze a fare lo struscio nei tanti localini della città. Quella è la Nashville dei Lambchop, di Gillian Welch, ma anche e soprattutto di tanti sconosciuti e piccoli eroi locali. E di Josh Rouse, che è nato nel Nebraska e ha girato l’America in lungo e in largo. O meglio, lo era: lui a Nashville ci ha vissuto per quasi dieci anni ma ora, complice una storia sentimentale andata a male, ha fatto le valigie e ha deciso di cambiare aria. Non prima di aver dedicato alla sua “hometown” d’adozione, alla musica che vi si respira sottopelle e al suo cuore infranto un disco di canzoni tenere, semplici, accattivanti, fragili, melodiche, nostalgiche, talvolta commoventi. Il country? Giusto una spruzzata di lap steel qua e là. Musica delle radici? La chitarra & armonica di “My love has gone” e poco altro, anche se nel recensire il disco qualcuno ha tirato in ballo nientemeno che Dylan (“Nashville skyline”, ovviamente) e Neil Young.
Anche se è spesso ossessionato dal passato, Rouse è un ragazzo del suo tempo cresciuto a pane e college radio, che come molti coetanei (viene in mente il Ryan Adams di “Love is hell”) ha ascoltato la sua bella dose di indie pop inglese: la contagiosa “Winter in the Hamptons” sembra una canzone di Billy Bragg senza accento cockney e Labour Party, con una chitarra rubata a Johnny Marr e agli Smiths del periodo d’oro. Altre volte, ed era già successo nel recente passato, la cura attenta che dedica alla costruzione melodica della canzone e la soffice intonazione vocale ricordano il Paddy MacAloon dei Prefab Sprout. D’altra parte il team di lavoro, con Brad Jones di nuovo in cabina di regia, è lo stesso che due anni fa era salito sulla macchina del tempo per confezionare “1972”, deliziosa operina di vintage musicale in prospettiva postmoderna. E il risultato, per stessa ammissione di Rouse, è simile. Solo ancora più stringato, asciutto, lineare: pochi strumenti di base a ricreare l’atmosfera di “una band che suona in una stanza”, canzoni scritte e registrate senza starci troppo a pensare perché quel che conta, alla fine, è trovare “il feeling, la melodia e gli accordi giusti”. Tutto qui, ma non è poco. Rouse sarà anche un peso leggero del cantautorato americano (al suo confronto, scrivono quelli di Amazon, John Mayer sembra Jon Spencer…), ma chi l’ha detto che tutti devono avere la polvere in gola, i dèmoni in corpo e un’aura maledetta da indossare come un cliché? La musica e le parole di Rouse, così quotidiane ma anche evocative, sfiorano il cuore con grazia, tra le dolcezze romantiche di “Streetlights” e di “Saturday”, le riflessioni intimiste di “Life” (ballata per voce e pianoforte) e di “Middle school frown” (il passato che ritorna, una volta ancora: qui si rievocano new wave, punk rock e California primi anni ’80), l’esuberanza adolescenziale di “It’s the nightime”, i turbamenti autobiografici di “My love has gone”. Tutto in punta di penna; le poche concessioni a un ritmo più insistente (il jive pop di “Why can’t you tell me what”) suonano quasi stonate. Canzoni per voce e chitarra, fondamentalmente, rigorosamente suddivise come si faceva una volta tra lato A e lato B: con un tocco esotico, per uno che viene dagli States, perché Rouse sembra davvero il più europeo dei cantautori americani. Mica per niente se ne è andato a vivere in Spagna.
(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.