«THE COLLEGE DROPOUT - Kanye West» la recensione di Rockol

Kanye West - THE COLLEGE DROPOUT - la recensione

Recensione del 31 dic 2004 a cura di Luca Bernini

La recensione

Questo disco si è classificato all'11° posto nel referendum della redazione di Rockol.
Nello spazio recensioni trovate in questi giorni il “countdown dal 15° al primo posto: il vincitore verrà annunciato lunedì 17 gennaio.


Lui è quello che ha prodotto “Stand up” di Ludacris. E “Bonnie & Clyde ‘03” di Jay-z&Beyoncé. E “You don’t know my name” di Alicia Keys”. E già che ci siamo anche “Get by” di Talib Kweli. Lui è Kanye West e il suo primo album come interprete è il passaporto per il successo di un talento assoluto. Già molto impegnato come produttore (vanta crediti sui dischi di Alicia Keys, Ludacris, Eve, Mos Def, Nas, Talib Kweli nonché Jay-z, suo amico e produttore), Kanye ha fatto le cose sul serio anche come recording artist, confezionando un album in grado di mettere d’accordo i fan più radicali del genere con un pubblico più trasversale sicuramente meno affine alla materia. “The college dropout” – immaginario concept che si svolge lungo un anno scolastico e culmina nella dipartita dal college del suo protagonista – è un album che non bada al risparmio, tanto in termini di durata che di quantità e qualità di elementi: Kanye mette sul tavolo le sue innate qualità di produzione, un’immaginazione in termini musicali che non ha niente da invidiare – anzi… - a quella del suo mentore Jay-z, la arricchisce con le più svariate citazioni e contaminazioni di genere - pescando dal soul Stax al gospel, dalla Motown al funk, dal puro dancefloor all’hip hop della old school, e, non ultimo, gioca la carta degli ospiti di peso, chiamando a raccolta Ludacris (“Breathe in breathe out”), lo stesso Jay-z (“Never let me down”), Jamie Foxx, Twista (i loro interventi in “Slow jamz” sono da antologia), l’Harlem Gospel Choir, Mos Def (in “Two words”), Talib Kweli (in “Get em high”) e Syleena Johnson (su “All falls down”). Il risultato è un disco caleidoscopio che ricorda i primissimi De La Soul per lo sforzo creativo e il contenuto assolutamente fruibile e colorato, ma se ne differenzia per la caratura ancora più notevole delle composizioni: c’è veramente poco di superfluo in questo capolavoro dell’hip-pop, se mi si perdona il brutto gioco di parole, capace di alternare atmosfere sensuali a momenti più ludici e ad altri maggiormente cupi e introspettivi. L’amore per la tradizione musicale black viene fuori ad ogni piè sospinto, a cominciare dalle citazioni velocizzate di “Through the fire” di Chaka Khan - che qui si trasforma in “Through the wire” – per continuare con quelle di Marvin Gaye, ma in generale è tutto l’album ad essere un figlio di quel glorioso passato senza dimenticare di conservare i piedi ben piantati nel presente. Tra i brani meritano una citazione ulteriore “Family business” e “Last call”, brano che arriva ad album ormai finito, come una ghost track, e regala ancora Kanye West, in splendida solitudine, per 24 minuti. Per molti, e anche per chi scrive, il disco hip hop dell’anno 2004.


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