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Grateful Dead - BEYOND DESCRIPTION (1973-1989) - la recensione

Recensione del 23 dic 2004

La recensione

Una saga che si rispetti dura nel tempo, producendo inevitabili “sequel”. E quasi tutti i “sequel” sono meno freschi, sorprendenti e eccitanti dell’episodio che ha dato origine alla serie. Così si pone anche questo “Beyond description (1973-1989)” nei confronti del “The golden road (1965-1973)” di tre anni fa, monumentale box di 12 Cd che ripercorreva con abbondanza di “extra” il periodo più felice e creativo dei Dead, quello legato (con tutte le turbolenze e le insofferenze del caso) all’etichetta Warner Bros. Là si raccontava della favola bella di Haight Ashbury, di folgorazioni turbinose e di giovinezze scapestrate; qui di crisi di mezza età, di sogni infranti, di morte e di resurrezione. Ma sempre di epopee si tratta, di romanzi d’avventure a tinte forti. Giustificate anche stavolta, dunque, le dimensioni gigantesche dell’operazione: per raccogliere l’opera omnia, o quasi, dei Grateful Dead del secondo periodo (su etichette GDRC, United Artists e Arista) ci sono voluti altri 12 Cd, anche stavolta infarciti di inediti, provini, pezzi dal vivo e scarti di registrazione (quel quasi si riferisce alla mancanza del live “Steal your face”: che la band stessa ha sempre odiato, e che qualcuno all’epoca dell’uscita ribattezzò velenosamente “Steal your cash”). I due bei libretti di accompagnamento (saggi di David Fricke, del “publicist” del gruppo Dennis McNally, dell’attore Peter Coyote e di tanti altri) riepilogano bene tonfi e trionfi, gioie e dolori, avventure e disavventure di colossali proporzioni. Il flower power di San Francisco è già una cartolina sbiadita, Pig Pen è già andato al Creatore, i dischi migliori della band (“Live Dead”, “Workingman’s Dead”, “American Beauty”, “Live in Europe”) sono già tutti in cassaforte. Ma quel che qui si racconta non è da meno, per densità di intreccio e grandeur narrativa. Ardite chimere destinate inevitabilmente al fallimento (l’etichetta discografica autogestita; l’incredibile Wall of Sound, impianto di amplificazione da concerto con 641 casse acustiche e 26.400 watt di potenza). La spedizione in Egitto per i concerti all’ombra della Sfinge di Gizah. Il ritiro temporaneo dalle scene (ottobre 1974-giugno 1976). La fuga e il ritorno del figliol prodigo Mickey Hart (il padre Lenny era scappato con tutta la cassa: roba da film d’azione anni ’70, Don Siegel & Steve McQueen). La morte di Keith Godchaux e la sua sostituzione con Brent Mydland (morirà anche lui, nel ’90: non per niente i fan del gruppo chiamavano “the hot seat” il seggiolino del tastierista…). Il coma diabetico di Garcia (1986) e il suo successivo risorgere dalle ceneri. Fino all’inatteso colpo di coda di “In the dark” e del singolo “Touch of grey”, primi e unici successi da classifica acchiappati in extremis a vent’anni buoni di distanza dal debutto, il volano che tramuta i concerti dei Dead in una macchina da soldi con annessi e connessi non tutti piacevoli. Fantasie che superano la realtà. I dischi, in tutto questo, fanno quasi da contorno, se si esclude il meraviglioso live acustico “Reckoning”, documento prezioso di una serie di esibizioni dell’autunno ’80 con una bella sequenza di classici country, folk e blues infilati in mezzo ai pezzi forti del repertorio originale. Il suono in studio è spesso legnoso e ingessato, solo qualche album regge, più o meno, dall’inizio alla fine (“Wake of the flood”, “Blues for Allah”, il live elettrico “Dead set”, il già citato “In the dark”), altri soffrono l’indebolimento fisico e creativo di Garcia compensato solo in piccola parte dalla crescita di Bob Weir, altri ancora (“Terrapin station”) sono guastati da una produzione infelice, qualcuno (l’ultimo, malinconico, “Built to last”) suscita persino imbarazzo all’ascolto. Le grandi canzoni non mancano, però, anche se bisogna andarsele a cercare una per una: “Eyes of the world”, “Stella blue”, “U.S. blues”, “Scarlet begonias”, “Ship of fools”, “Help on the way/Slipknot!”, “Franklin’s tower”, “The music never stopped”, “Estimated prophet”, “Fire on the mountain”, “Black muddy river”… Per chi già le possiede, ci sono le belle confezioni in digipak, i booklet, un riversamento in digitale come sempre stupefacente (ma c’è un errore, attenzione: su “All new minglewood blues”, da “Shakedown street”, Bob Weir si mangia suo malgrado un pezzo di strofa: ingoiato dalla rimasterizzazione?). E i tanti “bonus” (sette ore di materiale inedito!): due dischi interi aggiunti rispettivamente in coda a “Reckoning” e “Dead set” (ottimo soprattutto quest’ultimo), un arrembante demo acustico della “Weather report suite”, le jam di studio che spiegano bene la natura jazz/improvvisativa di un disco come “Blues for Allah”, outtakes di buon valore (una “Equinox” assai ricercata dai collezionisti, le cover di brani tradizionali come “Peggy-O” e “Jack-a-roe”), la proto world music di “Ollin arageed”, dal vivo, con le percussioni di Hamza El Din e il Nubian Youth Choir ospiti degli show egiziani del settembre ’78, una trascinante resa live di “Shakedown street” che rende un po’ di giustizia a uno dei dischi più deboli in catalogo (non fa altrettanto la versione alternativa di “Good lovin’ ” cantata da Lowell George dei Little Feat) e altro ancora. Con i Dead la musica non si ferma mai, neppure dopo la morte di Garcia: i “Dick’s picks” e gli altri live d’archivio riversati a getto continuo sul mercato, i ribattezzati Dead, i RatDog di Weir, Phil Lesh e i suoi Friends tengono accesa la fiamma. Ma questa è un’altra storia: “Beyond description” si ferma prima, catturandoli tra maturità e decadimento, propensi come sempre a osare l’inosabile. “Onesti fino alla sconsideratezza”, davvero, come canta Garcia sul passo pigro e felpato di “Althea”, un altro bel lampo in questa grande tempesta di utopia, psicodramma e musica.

(Alfredo Marziano)

Per la tracklist completa, consultare il sito DeadDisc: http://www.deaddisc.com/disc/Beyond_Description.htm


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