«NEVERMIND: GLITTERHOUSE IS 20 - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - NEVERMIND: GLITTERHOUSE IS 20 - la recensione

Recensione del 22 dic 2004

La recensione

ARTISTI VARI
NEVERMIND-GLITTERHOUSE IS 20
Glitterhouse/Venus
Sarà che Elvis ha fatto il militare da quelle parti, sarà che i Beatles hanno cominciato allo Star Club di Amburgo, ma in Germania il miglior rock & roll ha sempre piantato radici robuste. Succede così che il pubblico tedesco tributi ancora i giusti onori a vecchi leoni inglesi come Eric Burdon e Roger Chapman. Che un ex commerciante di vini, Richard Weize, si nasconda nei boschi sopra Brema per fabbricare amorevoli omaggi artigianali ai miti del country e del folk americano (la sua etichetta esiste da quasi trent’anni e si chiama Bear Family). E che uno dei più pregiati marchi “alt.country” (ma non solo) del mondo festeggi nella città montana di Beverungen i suoi primi vent’anni di vita e un catalogo di 620 dischi dando alle stampe un triplo Cd a prezzo davvero speciale (non dovrebbe costare più di 12 euro). La storia, bella e divertente, la racconta in prima persona il “capo tribù” Reinhard Holstein nel libretto accluso alla confezione: la passione adolescenziale per il rock a stelle e strisce, la prima fanzine (il nome Glitterhouse è rubato a un misconosciuto gruppo funk inglese, i Medium Medium), la vendita di dischi per corrispondenza, la breve militanza in un gruppo rock, le prime compilation autoprodotte, il grunge importato da Seattle (Reinhard è il primo a pubblicare i Nirvana in Europa ma, ricorda, “non abbiamo mai avuto una fetta della torta”), altre fanzine e altre licenze dagli Usa (la Amphetamine Reptile Records di Helmet e Boss Hog). Poi, con la compilation “Silos and utility sheds” (numero di catalogo 361) la cotta per il cantautorato americano e la svolta in direzione del genere da qualche tempo noto come “Americana”. Il box parte più o meno da lì: con un disco, il terzo, a ripercorrere sinteticamente il passato, e i primi due concentrati sul presente con l’aggiunta di un’abbondante spruzzata di inediti, remix e versioni alternative.
I “classic tunes” del Cd3 mettono in fila una bella sequenza di outsider e bei perdenti dell’American rock&folk: non c’è un Neil Young (a cui i Nadine prendono in prestito la chitarra elettrica per “Angela”) e nemmeno i Cowboy Junkies (rievocati, e non poco, dai Sunshine Club di “Lonesome valley”). Ma il bel piglio elettrico di Jon Dee Graham e l’intimismo dolente di David Munyon, il songwriting classico di Butch Hancock (secco e bruciato come le pianure del suo Texas) e la voce inquieta di Neal Casal, il folk spettrale di Terry Lee Hale e la etno-roots dei Califone parlano di autenticità, padronanza espressiva, vita vissuta. Poi ci sono i fedelissimi, quelli che traghettano Holstein e la sua etichetta nel presente: Rainer (Ptacek), compianto, originale e intenso bluesman bianco, tedesco di nascita, americano d’adozione e qui ricordato con due tracce; e i Walkabouts elegantemente noir ed “europei” a dispetto della cittadinanza Usa (Seattle), che in “Eveningland” regalano un techno rock gelido prima di divaricare i sentieri di Chris Eckman (vellutato e “badalamentiano” in “Befell”) e Carla Torgerson (una “Pelagic” sottomarina e di grande suggestione). E’ il tratto prevalente del primo e secondo Cd, questo suono ipnotico, iper rarefatto, un orizzonte punteggiato di cactus e di antenne ronzanti, di terre di nessuno e di abissi dell’inconscio. Ci sono, certo, i custodi della tradizione, i Willard Grant Conspiracy che raccolgono pezzetti di Dylan, Mellencamp e Steve Wynn in “Soft hand” e una bella cover (inedita) di “Masters of war” firmata Timesbold, il pigro rock blues dei Mofro e il canzonatorio “manifesto politico” anti Bush dei Creekdippers di Mark Olson e Victoria Williams. Ma sono in molti, qui, a stare dalla parte delle tenebre: così la talentuosa famiglia dark di 16 Horsepower/Woven Hand/Lilium (Doors, Nick Cave, folk in salsa cajun e balcanica e quant’altro) e l’eccentrico, deragliante David Thomas di Pere Ubu e Two Pale Boys (“Obsession”, dal vivo, sembra un blues da strada intrappolato nell’ingorgo del traffico cittadino), lo psycho rock di Hugo Race (“LSD is dead” l’eloquente titolo) e la bella sintesi Velvet/Syndicate dei Knife In The Water, i Savoy Grand di “Took”, tra Wenders e “desert movies”, e le durezze gotiche dei Rocket From The Tomb. E che dire del kraut rock ostinato dei S.Y.P.H. e dell’agguerrito battaglione scandinavo (con Thomas Dybdhal, Salvatore, i Lampshade sulla scia di Bjork, gli Helldorado morriconiani e i Portrait Of David da ascoltare a occhi chiusi)? “Americana”, “alt. rock”, “roots” e “cantautorato” sono termini riduttivi: succedono parecchie altre cose, nel grande ventre americano e nel Nord Europa (ed è il caso di prestarci un orecchio).
(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.