«ASTRONAUT - Duran Duran» la recensione di Rockol

Duran Duran - ASTRONAUT - la recensione

Recensione del 28 ott 2004 a cura di Paola Maraone

La recensione

Uomini: nostalgia degli Eighties? Donne: anche voi, come Clizia Gurrado, vent’anni fa sognavate di sposare Simon Le Bon? Sì? Bene: “Astronaut” è senz’altro il disco che fa per voi. Per giunta – meraviglie del fotoritocco e delle tinture per capelli – in copertina i Duran Duran non dimostrano più di 30 anni. E qui, più o meno, finiscono i pregi di una reunion che, in questa forma, non aveva luogo dall’83. Okay: i Duran, con quest’album, sono andati in classifica. E siamo contenti di vederli tutti in salute. Ma l’ispirazione, quella è un’altra cosa. Chi ha amato “Rio”, “Arena” e “Notorius” non può dire (né scrivere) che “Astronaut” sia all’altezza. E basta con le scempiaggini tipo: i Duran sono sempre stata una band da singoli, un album bello tutto intero non l’hanno mai fatto, perché non è vero. Durante la prima metà degli anni Ottanta, le cose erano diverse. E che loro siano stati icone e padroni incontrastati proprio di quegli anni – al punto da essere ribattezzati “Fab Five” – nessuno lo mette in dubbio. Ma ora, qual è il loro posto nel mondo? Non è un problema di suoni: il gusto per il revival anni Ottanta non deve render conto di niente a nessuno. Non è nemmeno un problema di testi: ridicoli erano, ridicoli restano (“Put my hand into the flame, burning but I feel no pain” è solo un esempio). No, qui c’è dell’altro: c’è che mancano le canzoni. E dopo un’infilata di album destinati a non lasciare il segno nella storia (Vi ricordate “Liberty” o “Thank you”?), “Astronaut” tutto sommato non sfigura. Insomma, ci saremmo stupiti del contrario. E che nessuno si azzardi ad accusarci di “ascolto svogliato o distratto” o “pregiudizi snob”. Ehi: i Duran Duran erano la nostra band preferita, negli anni Ottanta! Ma qui dentro non c’è niente che eguagli i fasti di un tempo. Non il ritmo duraniano di “(Reach up for the) sunrise”, non le funkeggianti “Taste the summer” e “Bedroom toys”. D’accordo, sono canzoni carine. Ma non hanno nulla a che vedere con “Hungry like the wolf”, “Come undone”, “The Chaffeur”, “Electric Barbarella”. E – naturalmente - nemmeno con “Wild boys”.

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