«L'UOMO FLESSIBILE - Carlo Fava» la recensione di Rockol

Carlo Fava - L'UOMO FLESSIBILE - la recensione

Recensione del 27 ott 2004

La recensione

Viene da dire che ci ha messo dieci anni ma ce l’ha fatta, Carlo Fava, a fare un disco che fosse più di un segreto per pochi intimi come erano stati i suoi due precedenti lavori, RITMO VIVENTE MUSCOLARE DELLA VITA, del 1994, e il più recente PERSONAGGI CRIMINALI, del 2000. Merito anche di un mercato che negli ultimi tre anni ha demolito certezze, come quella che voleva dischi cantautorali di qualità perennemente lontani dal riscontro commerciale (eccezion fatta, ovviamente, per i soliti noti).
L’exploit commerciale di Sergio Cammariere, prima – altro personaggio dalla gavetta infinita – di Mario Venuti e Pacifico poi, accanto al parallelo venire fuori di una scena femminile altrettanto inconsueta e interessante (Nicky Nicolai, Amalia Grè, Patrizia Laquidara, tanto per fare dei nomi), ha riportato l’interesse della discografia su progetti musicali compiuti e su personaggi in grado di offrire canzoni di spessore. Carlo Fava è uno di loro: milanese, quasi quarantenne, innamorato di letteratura, cinema, musica, non scrive canzonette, ma sembra viaggiare in scia alla grande lezione lasciata ai posteri da Giorgio Gaber, dalla cui memoria e opera questo album sembra ispirato e in alcuni momenti anche condizionato.
La verve vocale e l’interpretazione gaberiane di Carlo Fava – presenti in diversi momenti del disco - sono talmente dirette da essere palesi, così come fuor di metafora e meritevole il tentativo di fare del ragionamento, del rispetto della propria coscienza civile, della poesia di volta in volta argomento delle proprie canzoni, a loro volte spesso permeate, nella struttura, da un che di nostalgico e retrò. Ma – intendiamoci - Fava non è solo Gaber: nel suo disco è comunque sempre presente e riconoscibile un suo stile, un cantato limpido e irresistibile che si sorregge sul suono liquido di un pianoforte che per questo artista milanese rappresenta un marchio di fabbrica. E’ una dimensione maggiormente percepibile nei momenti più intimi del disco, anch’essi permeati da una certa fenomenologia del ricordo. Eppure, nonostante questo continuo sguardo all’indietro (“La malavita non è più”), questa infinita incapacità a non raccapezzarsi “nel logorio della vita moderna” (la splendida “Metroregione”, manifesto dell’intero disco), nonostante gli sberleffi al mondo che gira intorno (“L’Italia non legge”, “L’uomo flessibile”, un ritratto esilarante e satirico dell’uomo/pezzo di merda versione 200.4), e i piccoli ritratti sentimentali (“Sotto il quadro di Chaplin”, “L’ultima volta che ho visto i tuoi occhiali”, “Nuvola nera”) possano ammiccare a un mondo artistico in qualche modo già esplorato, l’impulso genuino e prezioso di questo album sta proprio nella sua capacità di far riaccendere per un attimo il cervello per pensare. Sarà che è merce sempre più rara nella musica, la prospettiva, persi come si è nello sminuzzare il presente riducendolo a frammenti illeggibili, fatto sta che un disco come questo fa alzare la testa e guardare, per un attimo, lontano. Un po’ come succedeva con Gaber, insomma. Ed è bello che risucceda, adesso, anche grazie a Carlo Fava.

TRACKLIST

02. L’Italia non regge
06. La malavita non è più
09. L’uomo flessibile
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