«D'ANIME E D'ANIMALI - PGR» la recensione di Rockol

PGR - D'ANIME E D'ANIMALI - la recensione

Recensione del 28 giu 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Però Gianni Giorgio Giovanni resistono”. Sono le prime parole della canzone numero 10 di questo disco, riassunte anche nell’acronimo che le dà il titolo, “P.G.G.G.R.”, che a sua volta è un gioco di parole sul nome del gruppo, PGR, trasformato in PG³R. Le note iniziali di questa canzone ricordano quelle di un’altra, che venne scritta e incisa dai CSI, formazione dalle cui ceneri nascono i PGR: “Fuochi nella notte di San Giovanni”.
Per tentare di capire questo “D’anime e d’animali”, forse, bastano questi pochi secondi che danno il via alla canzone. Musica e parole che richiamano temi del passato di questo gruppo, attualizzandoli. La resistenza, non solo quella storica a cui i CSI hanno dedicato molte canzoni, ma anche quella più piccola di un nucleo di musicisti e persone, che si trovano ad affrontare e superare delle difficoltà. Questo è il secondo disco di studio del gruppo, che ha subito una nuova mutazione, forse meno traumatica di quella che aveva segnato l’abbandono di Massimo Zamboni (e il passaggio da CSI a PGR), ma non meno profonda. Sono usciti dal gruppo Ginevra Di Marco e Francesco Magnelli, e ora il nucleo di base è costituito da Giovanni Lindo Ferretti, Gianni Maroccolo e Giorgio Canali, affiancati da Pino Gulli alla batteria e dal polistrumentista Cristiano della Monica.
I tre "superstiti" sono “ritornati al futuro” e hanno sfornato un disco rock, basato su chitarre, basso e poco altro. Ovvero un suono secco ed elettrico, che a tratti ricorda quello dei CSI, con la novità di una contaminazione con la musica popolare (come in “Casi difficili”, che inizia come il suono della tamorra).
“D’anime e d’animali” può essere letto come un disco “di reazione”: a quello che è successo nel gruppo e a quello che sta succedendo nel mondo. Musicalmente è un disco pieno di reminescenze, che si riassumono nel “fotti tecnica, vaffanculo impianto” che Ferretti urla nell’iniziale “Alla pietra”, canzone che racconta la sera del 9 luglio 2003, alla Pietra di Bismantova. In quella circostanza i PGR si trovarono a dover improvvisare un concerto al chiuso per le intemperie esterne, mandando a quel paese ogni strumentazione. Allo stesso modo, hanno quasi improvvisato questo disco, scrivendolo ed incidendolo in pochissimo tempo, ripensandolo completamente dopo l’uscita di Ginevra e Francesco. Ne è venuto fuori un lavoro che tralascia le contaminazioni elettroniche dell’esordio eponimo del gruppo e mette a nudo le anime musicali di questi tre artisti come forse mai era successo nella loro lunga carriera. “Cavalli e cavalle” o “Orfani e vedove” sono canzoni che suonano piacevolmente famigliari a chi seguiva CSI e CCCP, però non sembrani “già sentite”: trovano un difficilissimo equilibrio tra un’identità musicale ben definita e il riuscire a non ripetersi.
Poi ci sono i testi di Ferretti, che sono contemporaneamente molto intimisti (come nei ricordi de “I miei nonni”) e molto crudi e polemici, di chi dice “sono perplesso, sono depresso, sono incazzato, molto molto peggio” per ciò che vede intorno. Si potrebbero scrivere pagine e pagine per commentarli, ma la cosa migliore è lasciare all’ascoltatore il piacere (o l’incazzatura) di scoprire questi spunti.
Insomma, un disco bello e diretto, e non c’è altra conclusione possibile a questa recensione se non l’invito ad ascoltarlo: non vi lascerà indifferenti.

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