«HONKIN' ON BOBO - Aerosmith» la recensione di Rockol

Aerosmith - HONKIN' ON BOBO - la recensione

Recensione del 24 mar 2004 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Nel rock succede, lo sapete. Periodicamente, qualche grande artista riscopre le proprie radici e, se ci azzecca, prende due piccioni con una fava: fa lavorare i critici musicali e spiega ai più giovani alcuni significati oscuri. In questa stagione pare tocchi al blues: da Martin Scorsese, che ha prodotto una serie di film per la TV (“The blues”, sette episodi diretti da registi di culto quasi suoi pari e con una colonna sonora da brivido) a Eric Clapton, che ha tributato un omaggio all’icona Robert Johnson, possiamo dire che erano anni che questo genere non godeva di tanta visibilità e di cotanto patrocinio. Era dal 1980, da quando John Belushi e Dan Aykroyd vestirono i panni dei grandi sacerdoti in missione per conto di Dio, evangelizzando una generazione di giovani americani imbevuti di punk e new wave e rivitalizzando una schiera di artisti-fuoriclasse-dimenticati.
“Honkin’ on Bobo” arriva con comodo, dopo enne annunci e ritardi e molti predecessori. Dà il suo contributo alla causa del blues in due modi: in primis proprio grazie alla lunga attesa generata in oltre un anno di voci e smentite e, in secondo luogo, mostrando in modo inequivocabile il cordone ombelicale che lega la carriera degli Aerosmith e dei loro migliori coetanei alla musica del Delta. Con un bonus, però: non la scimmiottano, quella musica; non la ripescano, non la imitano, non la eseguono; al contrario: siccome l’hanno fatta propria e non hanno mai smesso di suonarla, oggi possono permettersi - come solo anche gli Stones - di proporne una loro versione originale, tassativamente elettrica, inevitabilmente energetica e, soprattutto, attendibile. I pezzi, registrati tra il ranch di Joe Perry e la casa di Steven Tyler (e prodotti insieme a Jack Douglas, già al loro fianco in "Toys in the attic" e in "Rocks", e Marti Frederiksen, ridimensionato rispetto a “Just push play” del 2001), sono sporchi il giusto, come se fossero tratti da una lunga jam session, suonati con la disinvoltura e l’incuria di chi li ha masticati e digeriti a va ormai in automatico. "Temperature" di Little Walter e “I’m ready” (Willie Dixon, Muddy Waters) sono le icone del CD; “You gotta move” (originariamente di Mississippi Freddy McDowell ma, 30 anni fa circa, anche dei Rolling Stones…) e “Baby please don’t go” (Big Joe Williams) sono i classici meno oscuri; "Stop messin' round" dei Fleetwood Mac e “Eyesight to the blind” di Sonny Boy Williamson sono i compiti a casa, la ricerca; “The grind” il brano inedito e originale.
Ci sono due momenti particolari, però, in cui gli Aerosmith sono tutt’uno con questa musica altrui: in “Road runner” di Bo Diddley, un pezzo nel quale esprimono spontaneamente la potenza del loro stile e la sintesi più felice tra blues e rock, scegliendo uno degli autori più intrisi di gospel e meno “puri” tra tutti i padri presi a modello; e “Never loved a girl”, il cui titolo è stato cambiato ad hoc per ragioni di sesso: la celebre “Never loved a man (the way I love you)”, un classico del repertorio di Aretha Franklin, è l’unica deroga al soul ma, anziché strizzare l’occhio al genere, sa trasformarsi in una ballata D.O.C. alla quale l’interpretazione di Steven Tyler (Dio ce ne conservi l’ugola meglio di quanto il chirurgo stia facendo con i suoi zigomi e le sue labbra) aggiunge un tocco di umorismo. Rileviamo per la cronaca, infine, che la tanto spesso anticipata "Broke down engine" di Blind Willie McTell è stata alla fine esclusa dal disco.
“Honkin’ on Bobo” (un altro titolo memorabile uscito dal cilindro di mister Tallarico) non è un viaggio nella memoria, non è un esercizio di stile, non è un disco vintage; se non si cede alla suggestione, tra l’altro, è proprio difficile che suggerisca immagini di piantagioni e schiavi, di crossroads a 40°, di Chicago o di St. Louis… Fa venire voglia, però, di ascoltare queste canzoni anche dal vivo e, quindi, per dirla come Steven Tyler e Joe Perry, non chiamiamolo un disco blues ma “solo un altro disco degli Aerosmith” (senza dimenticare che “the blues is the roots, everything else is the fruits” - Willie Dixon).

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