«JUST FOR YOU - Lionel Richie» la recensione di Rockol

Lionel Richie - JUST FOR YOU - la recensione

Recensione del 25 mar 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Canzoni d’amore per il mondo”: così Lionel Richie ha definito quelle di "Just for you", quando Rockol lo ha intervistato nel recente passaggio al Festival di Sanremo.
Già, al giorno d’oggi, quelle ultime tre paroline, “per il mondo”, hanno colpito la mente di molti artisti. Come dargli torto? Con l’aria che tira là fuori, ognuno fa quello che può, e reagisce a modo suo, e facendo il suo mestiere. Quello di Lionel Richie è appunto cantare canzoni d’amore. Ovvero il genere più semplice (e abusato). Gliene sono riuscite bene diverse in passato, di canzoni. Con i Commodores (vi ricordate “Easy”? E vi ricordate la grande versione che ne fecero i Faith No More?), e da quando fa il solista: “Can’t slow down” (quello che conteneva “All night long”) è uno dei dischi che - nel bene e nel male - hanno segnato gli anni ’80 e il loro suono più “pop”.
Lionel Richie non fa mistero di essere un cantante pop, senza dimenticare le sue origini musicali “nere”.
Inutile, e senza speranza, l'idea di accostarsi ad un suo disco cercando tracce di un Marvin Gaye, sia nell'impegno sociale che in quello musicale. Meglio partire da questo presupposto, nell’affrontare “Just for you”. Che è, appunto, un disco pop. Un disco che può piacere e avere successo: contiene 13 canzoni varie e piacione, dagli “strappamutande” alla “Time of our life” (un genere in cui Lionel Richie è sempre stato maestro) ai “ballabili” alla “The world is a party” o “Outrageous”, alla reminescenze soul di “Road to heaven”, fino all’etnica di “Dance for the world”.
Le 13 canzoni sono prodotte bene, con un suono pulito come si confà ad un artista di questo calibro. Richie ci ha messo dentro un po’ di tutto, dando quasi l’impressione di aver voluto riassumere i diversi lati della sua personalità musicale e della sua carriera. Però tutto suona talmente perfetto e pulito, che non si può andare oltre l’aggettivo “piacevole”. Anche quando tenta la zampata inserendo un paio di ospiti ad effetto (Lenny Kravitz nella già citata “Time of our life”o la star del garage-dance Daniel Bedingfield, con cui duetta in “Do ya”, che sembra uscita dal repertorio del Michael Jackson meno brillante), Richie non stupisce, anzi, alla lunga annoia un po’. E neanche quei (delicati) accenni alla situazione del mondo nei testi di alcune canzoni - accenni che hanno giustificato la definizione riportata in apertura - risollevano un disco davvero così così. Nulla contro il pop, anzi, che ha una sua enorme dignità e che è per definizione “piacione”. Però la sensazione che si ha ascoltando questo disco è che Lionel Richie voglia strafare, cercando di mettere d’accordo un po’ tutti, senza alla fine accontentare davvero nessuno.

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