«AMERICA'S SWEETHEART - Courtney Love» la recensione di Rockol

Courtney Love - AMERICA'S SWEETHEART - la recensione

Recensione del 18 feb 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ecco uno dei dischi più attesi di questo inizio 2004: il più volte annunciato (e più volte rimandato – vedi news) debutto solista di Courtney Love. Che come tutti sanno è la ex leader delle Hole, ma soprattutto è la vedova del compianto Kurt Cobain dei Nirvana. Ed è anche una di quelle figure che fanno la felicità di chi scrive di gossip: sempre sulle scene, sempre pronta a fornire con il suo irrequieto carattere qualche occasione per notiziole leggere, poco musicali e succulente.
Ma Courtney, nonostante faccia di tutto per farcelo dimenticare, è una vera rockeuse. Prima ancora che vedova, attrice e diva, è una che scrive, canta e suona del sano rock n’roll. Con le Hole aveva inciso pochi dischi, ma di quelli che lasciavano il segno. Il bello (e un po’ patinato) “Celebrity skin” del ’98, ma soprattutto “Live through this” che, guarda il caso, è uscito proprio nel periodo della morte del marito, 1994.
E non è neanche un caso che “Mono”, canzone che apre il disco e primo singolo, contenga le seguenti parole: "Hey, God, you owe me one more song/ So I can prove to you/ That I'm so much better than him". Meglio di Dio o meglio di Kurt? E non è un forse caso che un’altra canzone del disco, “I’ll do anything”, abbia lo stesso giro di accordi di “Smell like teen spirits”? Courtney in queste ambiguità ci sguazza. La sua musica ha sempre un po’ sofferto il confronto con quella del marito. Però, al di là di ogni paragone, la ragazza ci sa fare, e lo dimostra ancora una volta con questo disco dall’ambiguo titolo di “Fidanzatina d’america” (ma la copertina la ritrae nelle vesti di procace pin-up…).
Le sue canzoni hanno una forza primordiale che fa a pugni con l’immagine mediatica da diva del personaggio. Sentite le schitarrate di “Almost golden”, o sentite quel tono un po’ cartavetrato e urlato della sua voce, e capirete perché merita di essere ascoltata. Alla fine, Courtney Love è l’evoluzione della “riot grrl”: sempre arrabbiata, sempre cattiva; piuttosto che rifiutare l’estabilishment, ci è entrata dentro e, a modo suo, ne mostra le contraddizioni. “America’s sweetheart” è un sano disco di rock; un rock secco e grezzo, quasi urlato: se solo Courtney facesse sempre questa musica, e la smettesse di fare la diva capricciosa …

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