«THE SOUL SESSIONS - Joss Stone» la recensione di Rockol

Joss Stone - THE SOUL SESSIONS - la recensione

Recensione del 20 feb 2004

La recensione

D’accordo, tra la compassata Inghilterra e la musica dell’anima c’è un vecchio legame di sangue (il blue eyed soul, Dusty Springfield a Memphis). E non mancano, nella storia musicale d’Albione, gli adolescenti dall’incandescente ugola “black” (lo Steve Winwood quindicenne di “Gimme some lovin’ ”). Eppure l’esordio di Joss Stone, biondina del Devon, carnagione color latte e diciassette anni ancora da compiere, lascia a bocca aperta.. Una ragazzina inglese con una voce da paura (considerata la tenera età). E, per la gioia dei puristi, messa a confronto con un repertorio soul genuino e niente affatto scontato.
La biografia dice che la candida Joss arriva anche lei da una gara televisiva di quelle che oggi vanno tanto di moda. Ma siccome non siamo da Maria De Filippi, qui non ci sono, una volta tanto, “Respect”, “Soul man” e “Everybody needs somebody to love”. Piuttosto, un hit “minore” di Aretha Franklin, idolo e faro illuminante della giovane Stone (“All the king’s horses”, n. 7 delle charts r&b e n. 26 delle classifiche pop nel 1972). Una ballata degli Isley Brothers (“For the love of you”), una di Carla Thomas (“I’ve fallen in love with you”) e un’altra resa popolare da Bettye Swann (“Victim of a foolish heart”, l’anno è ancora il ’72). Un country-soul di Harlan Howard che nel 1969 fruttò un Grammy a Joe Simon (“The chokin’ kind”). Una torch song resa celebre da Laura Lee (“Dirty man”, sempre 1972), e un paio di soul funk tambureggianti più o meno dello stesso periodo, interpretati all’epoca da Sugar Billy (“Super duper love”) e Soul Brothers Six (“Some kind of wonderful”). Poi, due strappi alla regola: “I had a dream”, che John Sebastian presentò davanti ai cinquecentomila di Woodstock; e, unica concessione alla “modernità”, una rivisitazione r&b e sincopata di "Fell in love with a boy" (titolo originale "Fell in love with a girl") del celebratissimo Jack White, orchestrata dagli altrettanto quotati Roots e abbellita dai cori di Angie Stone (nessuna parentela, naturalmente: lei è di pelle nera e originaria del North Carolina): irriconoscibile, se non per il refrain, rispetto alla ferocia punk blues della versione che compariva su “White blood cells” dei White Stripes. E’ il singolo predestinato, accompagnato da un video in rotazione su Mtv: e, una volta tanto, non stona per nulla con il suono deliziosamente vintage di tutto il disco. Già, perché questa è la terza carta vincente di “The soul sessions”, insieme al talento fresco e impetuoso della ragazza e alla scelta intelligente della scaletta: i produttori (c’è di mezzo il discografico Steve Greenberg, curatore del primo cofanetto dedicato alla storia della Stax) hanno pensato bene di portare Joss in Florida e far rivivere il Miami Sound anni ’70. Intuizione felice e meritevole, che riporta sotto la luce dei riflettori una scuola valida assai e quasi dimenticata: i nomi storici, tutti presenti alle registrazioni, sono quelli di Little Beaver (chitarra), Latimore (pianoforte), Betty Wright (quella di “Clean up woman”, co-produttrice e personal trainer della Stone nell’occasione), Timmy Thomas (organo: molti ricorderanno la sua “Why can’t we live together”, hit primi anni ‘70 ancora oggi trasmesso a più non posso dalle radio-nostalgia).
Abbiamo detto ancora poco di lei, di Joss, e della sua voce, scintillante tra i groove di “Super duper love” e credibile, a dispetto dell’età, quando entra nei panni delle tormentate protagoniste di “The chokin’ kind” “Dirty man” e “Victim of a foolish heart” (un piccolo capolavoro): sorprendente per la naturalezza dell’emissione vocale che evita le forzature di tante colleghe (non facciamo i nomi: sono troppi, e si sa chi sono). Le note biografiche diffuse dalla casa discografica colgono, una volta tanto, nel segno. Con la Stone si ascolta una canzone, non uno sfoggio fine a se stesso di virtuosismo (che pure non le fa difetto, e spicca nei pezzi meno arrangiati come “Dirty man”: qui e altrove, più che Aretha sembra di ascoltare una Janis Joplin giovane e meno sofferente). Facciamo fatica a scovare difetti a questo disco, ammesso che quello sia uno sport di qualche utilità: forse l’eccessiva lunghezza e staticità del pezzo conclusivo, “For the love of you Pts. 1 & 2”. Il difficile arriverà dopo, con il secondo album in cui la Stone – lo ha anticipato lei stessa in conferenza stampa - si misurerà anche come autrice contaminando la purezza soul di questo debutto con generi disparati e canzoni di gusto più contemporaneo. Attendiamo con curiosità. E intanto godiamoci questo gioiellino.

(Alfredo Marziano)
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