«MICHAEL BUBLE' - Michael Bublé» la recensione di Rockol

Michael Bublé - MICHAEL BUBLE' - la recensione

Recensione del 19 feb 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Lo swing è morto, evviva lo swing! Sembra strano, ma sono i giovani a rivitalizzare generi considerati “adulti”, maturi e anche un po’ marci. Mentre sentiamo una ragazzina inglese di 16 anni cantare come Aretha Franklin (Joss Stone), ecco un ventisettenne che arriva dal Canada e canta come Frank Sinatra. Altro che Rod Stewart che rifà i classici del canzoniere americano! Michael Bublé ha lo swing nel sangue, un po’ come un altro giovane, quel Robbie Williams, che con il suo “Swing when you’re winning” aveva dato una spinta enorme al revival di questo genere.
Bublé, come Williams, è quasi filologico nelle sue interpretazioni, che attingono al suono più swing che ci sia mai stato: quello del Frank Sinatra periodo Capitol (anni ’50). Guarda caso lo stesso a cui si rifaceva il buon Robbie. Sentitevi l’interpretazione di Bublé di “Come fly with me”, che a suo tempo fu scritta da Jimmy Van Heusen per Ol’ Blue Eyes. E poi, se potete, andate a sentire l’originale. Quasi spiccicate. Il che non è necessariamente un difetto, perché per rifare Sinatra ci vuole coraggio e classe, che Bublé dimostra di avere.
Ma il nostro non si ferma qui, come aveva fatto Williams. No, riprende anche canzoni provenienti dal repertorio pop-rock come “Moondance” di Van Morrison, “Kissing a fool” di George Michael e “Crazy little thing called love” dei Queen, e le rilegge in questa nuova chiave. Canta “How can you mend a broken heart” dei Bee Gees, con la voce di Barry Gibb. Se la nuova versione della canzone di Van Morrison, già jazzata di suo, non brilla per originalità, appare comunque un perfetto biglietto da vista per il disco: non a caso è il singolo.
Troppo bello per essere vero? Infatti. Se c’è un difetto che si può trovare a questo disco, è che è tutto sommato un po’ freddino. Le interpretazioni e gli arrangiamenti sono troppo perfetti, e il rischio è quello di fare la fine di Diana Krall: musica formalmente ineccepibile, ma senza la passione dell’originale a cui ci si rifà. Insomma, ben venga il revival dello swing, e ben vengano i giovani che riscoprono generi “storici” della canzone. Ma se questi giovani ci mettessero un po’ più di carica nel loro lavoro, non sarebbe male. Il fatto è che, forse, questa è una cosa che si impara con il tempo, e quelli come Michael Bublé sono davvero troppo giovani. Diamogli tempo, cresceranno…

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