«LOVE IS HELL PT.1 & PT 2 - Ryan Adams» la recensione di Rockol

Ryan Adams - LOVE IS HELL PT.1 & PT 2 - la recensione

Recensione del 19 gen 2004

La recensione

Delle ultime gesta del Ryan Adams versione “Rock N roll” (come recita il titolo del nuovo album), Rockol vi ha raccontato di recente, anticipandovi le mosse successive: due EP, per un totale di ben diciannove brani (incluse quattro “bonus tracks”, due per disco, incluse nelle edizioni internazionali) che esplorano invece il versante più malinconico, melodico e intimista del debordante musicista della North Carolina. Difficile trovare una logica nel suo comportamento, e se ne ricorderà bene chi ha assistito al suo concerto all’Alcatraz di Milano, nel febbraio dell’anno scorso: un set raffazzonato e quasi irritante, a tratti, nella sua afasica casualità, riscattato da una seconda parte irrefrenabile ed entusiasmante anche per i “rocker” non proprio di primo pelo. Tutto sommato sta anche qui uno dei motivi del fascino di questo scavezzacollo del rock, artisticamente scorretto, incurante delle regole di sano comportamento e pronto a sperperare il suo talento a cuor leggero. Sta qui, ma soprattutto nelle canzoni che è capace di scrivere: derivative quanto si vuole (gli accenti dylaniani e springsteeniani di “Heartbreaker”, l’enciclopedismo musicale di “Gold”, gli Stones omaggiati esplicitamente in “Rock n roll”), ma anche concise, fulminanti, intensamente romantiche, appassionatamente arruffate o al contrario disciplinatamente “pop” come raramente è dato oggi di sentire. I due capitoli di “Love is hell”, che insieme ricompongono l’album che la Universal ha rifiutato come seguito di “Gold”, aggiungono altra carne al fuoco: anche troppa e non tutta, si direbbe, di prima scelta. Ma Adams è così, e con lui bisogna apprezzare anche il valore della quantità.
Arduo immaginare cosa gli passi per la testa, ma vien da pensare che le due collezioni siano state concepite come capitoli diversi, raggruppando canzoni che prendono prevalentemente ispirazione, a seconda dei casi, dalle due sponde dell’Atlantico. E’ una chiave di lettura fin troppo schematica, ce ne rendiamo conto: ma si infila la parte 1 nel lettore Cd e i primi due pezzi, “Political scientist” e “Afraid not scared”, fanno venire in mente Radiohead e Coldplay piuttosto che i cowboy solitari della scuderia Lost Highway con cui l’ex frontman dei Whiskeytown viene solitamente apparentato. La prima, soprattutto, con quel pianoforte spettrale, le atmosfere rarefatte e quegli acuti che rimandano a Jeff Buckley, a tutto fa pensare meno che all’ alternative country di marca Usa (mentre il titolo rimanda al grande Randy Newman…). E forse non a caso, tra le otto selezioni (più due) trova posto anche una intensa cover di “Wonderwall” che trasuda più britannico spleen di quella dei fratelli Gallagher. Le assonanze a certa musica inequivocabilmente British potrebbero continuare, da Echo & the Bunnymen a Lloyd Cole & the Commotions, dagli amatissimi Smiths fino ai giovani Starsailor (il canto e gli arpeggi di chitarra di “World war 24”, per esempio. O il pop delicato di “I see monsters”, viola e violoncello, e di “Avalanche”, uno dei bonus di “pt. 1” con Fabrizio Moretti degli Strokes alla batteria). “The shadowlands”, che suona più “americana” delle altre e regala brividi nella coda strumentale con altri archi e un rarissimo assolo di chitarra elettrica, si spiega bene nel titolo: siamo in una terra dalle ombre lunghe e dagli umori riflessivi, dove le badlands del Midwest americano si confondono con le umide brughiere inglesi, e metropoli e small town si assomigliano dappertutto.
Pochi, pochissimi i midtempo, in questo profluvio di ballate: “Love is hell” nel primo EP, “English girls can be so mean” (ecco che tornano i richiami alla terra d’Albione), scanzonata e distrattamente country-folk-pop, nella seconda. Qui, nella seconda parte, Adams sembra tornare a masticare più spesso la lingua di provenienza (con qualche eccezione, naturalmente: in “Thank you Louise” c’è il sapore autunnale di Nick Drake): di nuovo sospesa tra archi e pianoforte, “My blue Manhattan” evoca i fantasmi di certo cantautorato confessionale anni ’70, lo stesso che Josh Rouse ha reincarnato in alcuni episodi del suo recente, e delizioso, “1972”. La steel guitar e la malinconia di “Please do not let me go” rimandano alla parsimonia musicale di “Heartbreaker”; e se le belle chitarre di “City rain, city streets” ricordano le pagine più pop di Steve Wynn, c’è anche un velato omaggio alla Band di Robbie Robertson tra le pieghe di “Hotel Chelsea night”, un vigoroso soul rock che per una volta trasgredisce la regola dell’understatement e del sussurro che sottende all’intero progetto. Resta un dubbio di fondo. In “Gold” Adams aveva sfiorato il capolavoro mischiando al meglio le sue diverse anime e i suoi talenti di grande revivalista. Stavolta, per raggiungere un risultato simile, obbliga gli acquirenti a pescare il meglio da tre dischi differenti: un esercizio anche divertente e curioso, ma un po’ troppo costoso, forse, per quel che se ne ricava in cambio.

(Alfredo Marziano)
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