«CENTOUNDICI - Tiziano Ferro» la recensione di Rockol

Tiziano Ferro - CENTOUNDICI - la recensione

Recensione del 21 nov 2003 a cura di Paola Maraone

La recensione

Con una sincerità disarmante confessa: “111... sono io ed ero io”, portando allo scoperto quello su cui, da tempo, tutti mormoravano. La storia dell’ex-ciccione Tiziano Ferro racconta: che uno può farcela anche se viene da Latina e anche se a scuola i compagni lo prendevano in giro; che uno può restare simpatico (e non diventare stronzo) anche se ha fatto i milioni (di euro e di copie vendute); che volendo, nel giro di tre anni, si possono scrivere e pubblicare due album uno più bello dell’altro.
In questo caso il secondo è più bello del primo: dimenticatevi “Xdono” e “Rosso relativo”, due momenti felici ma, appunto, momenti. La tracklist di “111”, lo diciamo a costo di sembrare pagati dalla casa discografica (impossibile) o parenti di Tiziano Ferro (improbabile), regala una bella canzone dietro l’altra. A partire dal pezzo che apre e intitola l’album, proseguendo con “Xverso” (che, oltre che il singolo, è il trait d’union con il cd d’esordio), per poi spostarsi su “Sere nere” che parte piano, quasi “normale”, e ha un ritornello impossibile da dimenticare. E’ sbagliato dire che questo disco non contiene pezzi “potenti” come “Xdono”: intanto perché, a voler ben guardare, “Xverso” lo è, e poi perché le qualità più grandi di quest’album si misurano su un altro terreno. Per intenderci, secondo noi il capolavoro qui dentro è “Ti voglio bene”, una specie di nenia-cantilena-ninna nanna che è romantica ma nonmelensa, una storia di principesse&sentimenti che non è stupida e bisognerebbe che tutti ascoltassero. Ma è carina, e ha un senso, anche la successiva “In bagno in aeroporto”, in cui Tiziano scopre la fine di un amore (e quindi la vita), e le conseguenti, disilluse “Mia nonna”, “Eri come l’oro ora sei come loro”, “Chi non ha talento insegna”.
Un disco coraggioso, autobiografico ed emozionante, questo, vincente sul piano dei suoni: beat, r&b, chitarre, parti suonate che passano accanto all’elettronica, addirittura divagazioni jazz (in “Temple bar”). E che, dal punto di vista dei testi, mostra con chiarezza la crescita (umana e artistica) di un ragazzo che ha un sacco di cose da dire: “Sono convinto che essere trasparenti alla fine ripaga sempre anche se mi espongo di più agli attacchi della gente”, ha spiegato Ferro. E ha ragione.

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