«SACRED LOVE - Sting» la recensione di Rockol

Sting - SACRED LOVE - la recensione

Recensione del 21 set 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Cantanti come Sting godono di un’invidiabile posizione: hanno brillato parecchio nel passato, sia in termini di risultati artistici che commerciali; anche dopo avere superato il climax della loro carriera sono riusciti a produrre materiale sempre mai meno che dignitoso, coniugando abile mestiere e altrettanto abile capacità di rinnovare la loro proposta musicale.
“Sacred love”, primo disco di inediti in quattro anni per l’ex Police dopo “Brand new day” del 1999, si inserisce alla perfezione in questo percorso. E’ assolutamente riconoscibile come “prodotto stinghiano”, eppure introduce (cauti) elementi innovativi. Da un lato Sting continua a giocare con la “sua” musica: il pop-rock, il jazz e l'r&b; dall’altro lato, inserisce suoni (quasi) nuovi: motivi arabeggianti (già sperimentati con successo in “Desert rose”, uno dei pezzi più fortunati di “Brand new day”), qualche concessione all’elettronica. Il brano che rappresenta meglio questa tendenza è il singolo “Send your love”, ma anche le restanti 9 tracce del cd (che diventano 13 o 14 a seconda delle diverse edizioni diffuse nel globo, con l’aggiunta di remix e nuove versioni di vecchi brani come “Moon over Bourbon Street” o “Shape of my heart”) vanno in questa direzione.
In alcuni episodi il bersaglio può dirsi centrato alla perfezione, come nelle belle “Inside”, “Dead’s man rope” o “Never coming home” (in cui viene citato l’arpeggio di “Bring on the night"). Ma in altri casi, va detto, il risultato infastidisce un po’: come nel duetto con Mary J. Blige, in “Whenever I say your name”: un pop-rock troppo patinato per essere vero. Sting è un maestro nel maneggiare i suoni, ma un po’ più di cuore e un po’ meno di ricerca della perfezione farebbe bene alla sua musica. Sentitevi il rock quasi sporco di "This war", e capirete cosa sarebbe potuto essere questo disco, se la sindrome da "primo della classe" non avesse prevalso. In "Sacred love" si ha troppo spesso ha la sensazione che Sting voglia davvero strafare. E questa sensazione, purtroppo, ti rimane appiccicata lungo tutto l’arco del disco: non sempre in maniera così evidente come nel brano citato, per fortuna, ma è sempre lì in agguato, mitigata solo da una voce e da un'interpretazione che sono come il buon vino, con gli anni migliora sempre di più.
Insomma, la posizione di Sting sarà pure invidiabile, ma da uno come lui –uno che ha fatto la storia del rock degli ultimi 20 anni – ci si aspetta qualcosa di più che un pur piacevolissimo compito in classe.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.