«SINCERAMENTE NON TUO - EquiVoci Musicali» la recensione di Rockol

EquiVoci Musicali - SINCERAMENTE NON TUO - la recensione

Recensione del 18 set 2003

La recensione

“Sinceramente non tuo”, lo spiega laconicamente una nota stampata sul retro copertina, è un disco che nasce da un “progetto” (ideato da Franco Zanetti, direttore di Rockol). Appunto. Un disco dovrebbe averne sempre uno alle spalle, di progetto, per convincere una casa discografica ad investirci dei soldi e il pubblico a mettere mano al portafogli (anche se poi sappiamo che le cose spesso non vanno proprio così). Se non si è De André (o Battisti) né Dj Francesco, se non si posseggono talento e carisma in dosi soprannaturali (difficile, peraltro, in un gruppo di esordienti) e si è geneticamente non predisposti al mondo fatuo delle radio e delle charts, può essere utile un’idea. Qui l’idea c’è: tirar fuori dalla credenza il repertorio più sconosciuto, criticato e frainteso di Lucio Battisti e rimetterlo in tavola senza buccia, presentandone la polpa lirico-melodica: le canzoni nude e crude, parole e musica, private di quella algida confezione elettronica, quasi danzereccia e proto-house che, dopo il divorzio da Mogol e il sodalizio con Pasquale Panella, rivestì l’ultima produzione battistiana provocando più di un brivido (di orrore, o di sgomento) negli ammiratori del periodo “classico”. Le futuristiche, spesso visionarie geometrie disegnate dalla coppia Battisti-Panella cambiano dunque pelle, ma non cuore e spirito, nelle minimaliste riletture “da camera “di un giovane ensemble di impianto rigorosamente acustico: tre voci milanesi (diplomate in canto al Conservatorio: Alessia Alissandri, Giorgia Alissandri e Roberto Martinazzo, alias gli equiVoci) e un quartetto d’archi di Benevento (Bengio Orchestra), tutti quanti affidati alle cure del maestro arrangiatore Alterisio Paoletti.
Inutile, probabilmente, cercare modelli e termini di paragone (il Battiato di certi “Fleur(s)”? Il Costello delle lettere di Giulietta e del Brodsky Quartet?), e già questo è un punto a favore di un album che ha anche il merito di rimettere in circolo un mazzo di canzoni non usurato dalla ripetizione mediatica e dalla consuetudine, dalla frequentazione di massa e dai patetici karaoke inscenati dalla TV nostalgia. In assenza di sintetizzatori e drum machine, tra pizzicati e archetti percossi con risoluta delicatezza, il quartetto guidato dal primo violino Simona Sorrentino è bravo a conservare ritmo e dinamismo alle partiture, disseminando di nuovi accenti e punteggiature le ardite metriche di Panella e le ariose melodie battistiane (ci sono anche qui, e forse prima non ce n’eravamo accorti). Mentre i tre ragazzi degli equiVoci, per precisa scelta di produzione artistica, si concedono pochi voli pindarici, ancorandosi alle corde di un’interpretazione asciutta e attenta a restituire la musicalità dei testi (perché qui le parole sono note e colori, più che veicoli di concetti e pensieri). Tutto, o quasi, in un clima spontaneo da “buona la prima”: poche takes, pochissime sovraincisioni, due brani registrati dal vivo.
Chi scrive non condivide l’entusiasmo di Zanetti per la spericolata poetica panelliana (che talvolta sembra avvitarsi narcisisticamente su se stessa: “Le cose che pensano”, per esempio). Ma bisogna riconoscere che queste voci belle ed educate, e così pure il timbro caldo e naturale degli archi (o il pianoforte solo di Paoletti nell’impressionistica “Madre pennuta”) giocano bene di contrasto con l’astrazione concettuale delle parole, in un’alternanza tra “caldo” e “freddo” che nel corso del disco produce movimento, frizioni, scintille, salutari perturbazioni. “Don Giovanni” (1986) è l’album più rievocato, tra i cinque a cui Battisti e Panella collaborarono tra il 1986 e il 1994: forse perché è lì che le visioni, i linguaggi e le pulsazioni ritmiche dei due trovarono il più spontaneo ed efficace punto di incontro. Ed ecco allora la rarefatta eleganza classico-pop della title track, l’andamento mosso e mutevole di “Fatti un pianto”, il lirismo cristallino de “Il diluvio” (ma anche la leggerezza furtiva di “Potrebbe essere sera” e i retrogusti folk di “Hegel”, che a noi, forse senza motivo, hanno ricordato certe cose delle sorelle canadesi McGarrigle): potranno piacervi, stuzzicarvi e divertirvi anche se (come il sottoscritto) siete sempre rimasti freddi e un po’ interdetti di fronte ad album come “L’apparenza” o “C.S.A.R.”.
C’è freschezza e una buona dose di coraggio, in questo disco, e una volontà quasi donchisciottesca di difendere un repertorio da tanti e per tanto tempo vituperato. Ma se conosciamo bene l’artefice dell’operazione (e un poco crediamo di conoscerlo), non va sottovalutato quel tocco di divertita provocazione e di sana goliardia che alleggerisce, opportunamente, il peso di un’operazione sulla carta persino seriosa. A che pro, altrimenti, quella “ghost track” (“Equivoci amici”, con Andrea Mirò al violino elettrico) recitata da una voce alterata elettronicamente ma pur sempre familiare, e quella copertina che rimanda ad un celebre pesce d’aprile battistiano di qualche anno fa?
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Intro
02. Don Giovanni
03. Fatti un pianto
04. Potrebbe essere sera
05. Cosa succederà alla ragazza
06. I ritorni
07. Per nome
08. La voce del viso
09. Hegel
10. Campati in aria
11. Le cose che pensano
12. La sposa occidentale
13. A portata di mano
14. Madre pennuta
15. Il diluvio
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